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08.04.2013  |  Operatori

A chi dai la manina?

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Il contrasto tra due mondi: quello degli adulti che vivono la sofferenza del distacco innaturale tra una mamma e il suo bambino e quello del bambino che vive un incontro come se nulla fosse e ci insegna l’importanza di vivere l’attimo in quel momento per quel che è senza pensare al dopo. Questi e altri pensieri ed emozioni sono stati espressi durante il sesto incontro di medicina narrativa in Casa Vidas, grazie al racconto di Giada che ricorda una giornata in hospice nel 2008.

Sento dei rumori di sopra. Dalla balconata del secondo piano si affaccia la testolina di un bambino. Immagino sia Luca, il bambino di Chiara, la paziente di 34 anni che sta nella camera Fior di Pesco. Entro in infermeria, scambio due parole con l’infermiere e quando esco c’è Cristina, l’infermiera più anziana, una donna tutta curve e sorrisi, che va incontro a un drappello di persone. In testa c’è Luca, pieno di curiosità per questo posto nuovo e in fondo un po’ eccitato dal giorno di vacanza fuori programma, dietro arrivano il suo papà e i suoi nonni. “Dai, Luca a chi dai la manina? è la voce di una delle nonne. Luca non vede la sua mamma malata da più di un mese. Ora lei sta morendo. La psicologa ha suggerito di farli incontrare soprattutto perché a lui non resti nella memoria il vuoto di una mamma sparita nel nulla. Luca allunga la mano fiducioso verso Cristina. L’altra la porge a me. Si stacca solo un attimo quando gli chiedo: “Quanti anni hai?” e lui con grande impegno mi mostra le quattro dita tese e mi risponde fiero: “Quattro”. Varchiamo la soglia della camera di Chiara. In prima fila Luca tra me e Cristina. Cristina è un raggio di sole: “Guardi un po’ che sorpresa! C’è Luca!”. In un attimo abbassa il letto perché sia all’altezza del bambino. Lui trattiene per un attimo il respiro, fa come un respiro profondo, forse sente la tensione degli adulti. Poi si avvicina alla sua mamma. Lei lo bacia. Tante volte. Con il braccio destro – l’unico che riesce a muovere – cerca di attirarlo a sé. Lui un po’ cede e un po’ resiste. Un piccolo uomo in balia della tempesta che nessuno vorrebbe incontrare. Lei – ieri faceva fatica a svegliarsi – gli chiede: “Quante lettere nuove hai imparato a scrivere? E con i numeri come va?”. Risponde la nonna paterna: “Sa fare bene la T e la C; con i numeri siamo fermi al 2 ma fin lì è bravissimo. Con il 3 cominciano i problemi.” “Sì ma il 3 è difficile” protesta il bambino. Cristina gli offre un succo di frutta. “Ok” dice Luca “uno per me e uno per la mamma. A me piacciono quelli nelle scatole blu. Li avete qui?” “No. Li abbiamo arancioni. Vediamo. Magari per la prossima volta te lo facciamo trovare blu”. Chiara torna ad assopirsi. Luca mi spiega quali siano le sue automobiline preferite. Mi racconta di una pubblicità con uno squalo che mangia le macchinine. Poi Cristina e io usciamo dalla stanza. Fuori dalla porta c’è il papà di Chiara. Un uomo con il viso giovane e i capelli candidi. Lui non è riuscito ad assistere all’incontro tra Chiara e il nipotino. Ha preferito restare fuori. “Se no scoppio…” ci dice e ha gli occhi pieni di lacrime. Noi gli rispondiamo quasi in coro: “Scoppi, pianga. Ha ragione. È giusto piangere”. Piange per un attimo. Poi ci stringe forte le braccia e ci ringrazia. In infermeria guardo Cristina e anche a me sinceramente scendono due lacrime.

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