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02.12.2014

Raymond Carver e la poesia della rivincita

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È difficile decidere quale Carver preferire. Lo scrittore di racconti minimalisti e traboccanti di realtà o il poeta che rivela se stesso con passione e introspezione?

Non mi è stato mai possibile decidere, forse perché racconto e poesia sono unica cosa quando descrivono la vita e rileggendo Carver, ripesco un pensiero di Erich Fromm, che perfettamente si accosta all’opera e alle domande poste dall’autore americano: “L’uomo è l’unico animale per il quale la sua stessa esistenza è un problema che deve risolvere”.

Vorrei proporvi cinque bellissime poesie, Una pacchia, Cosa ha detto il dottore, Abbi cura, Ultimo frammento e la parte conclusiva di In Svizzera. Sono tesori che raccontano la rinascita di un uomo che sopravvive all’alcolismo, si innamora, scopre la malattia e si congeda dal mondo.

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La vita di Carver è la rappresentazione di un poeta che ama la realtà e che nella realtà trova gli spunti per sognare, desiderare, gioire e soffrire. Le sue poesie sono impregnate dell’umanità di chi affronta ogni avvenimento con l’aspirazione di conoscersi meglio. L’amore, la felicità, la quotidianità, la malattia, la sofferenza e, infine, la morte, sono tutti aspetti interconnessi del percorso umano. Non è utile ignorarne qualcuno, perché solo se considerati nella loro logicità unitaria ci permettono di codificare un pezzetto di Mistero, indispensabile per sostenerci nella ricerca e nel sentimento di infinito che anima il nostro cuore e infiamma le nostre menti.

Iniziamo con Una pacchia, perché è la poesia della “rivincita”.

Non c’è altra parola. Perché proprio quello è stata. Una pacchia.
Una pacchia, questi ultimi dieci anni.
Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato,
riamato, una brava donna. Undici anni
fa gli avevano detto che aveva solo sei mesi da vivere
se continuava così. E non poteva che
peggiorare. Così cambiò vita,
in qualche modo. Smise di bere! E per il resto?
Dopo, fu tutta una pacchia, ogni minuto,
fino a quando e anche quando gli dissero che,
be’, c’era qualcosa che non andava e qualcosa
che gli cresceva dentro la testa. “Non piangete per me”,
disse ai suoi amici. “Sono un uomo fortunato.
Ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro
si aspettasse. Una vera pacchia. Non ve lo scordate”.

Se vivere è una pacchia, morire non è più solo una disgrazia, perché entrambe, vita e morte, si spiegano a vicenda. Vivere è una pacchia quando non ti sfugge più la Bellezza intravista, quando trovi la traccia che regala alla tua vita l’incanto che la giustifica, nei momenti di gioia e in quelli del dolore. È una pacchia, perché la speranza non reclama immortalità terrena, ma tempo e spazio necessari per considerare la quotidianità bene prezioso, tesoro da spendere senza parsimonia.

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