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25.02.2013  |  Operatori

Un padre

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S. (ricordate la sua storia? Ve l’ho raccontata qui) aveva un padre. Quando passava davanti alla stanza del figlio non entrava, si appoggiava allo stipite della porta, restava lì il tempo necessario a far percepire la sua presenza poi muoveva la mano a salutare, sembrava accarezzasse l’aria. Mai una parola.

Magro, troppo magro; pallido, troppo pallido per chi, come noi, si occupa di pazienti oncologici.

Poi un giorno la mamma di S. mi racconta di quel piccolo neo asportato sette anni prima. Tutto era andato bene, tutti i controlli negativi ma ora, in poco tempo, era tutto ripartito, esploso, gli oncologi non avevano dubbi: non c’era nulla da fare.

Il papà di S. aveva, da qualche tempo, smesso di lavorare; un giorno mi chiese dei consigli per affrontare la scala a chiocciola che portava giù al laboratorio, fu quella l’unica volta che sentii la voce di quell’uomo.

Aveva toni duri di chi sa tutto ma non voleva spazio per i suoi problemi: il figlio prima di lui, prima di tutto.

Ogni briciolo di energia voleva metterla a disposizione di S., della moglie e dell’altra figlia.

E fu così: S. morì un mese prima del padre che si era ormai completamente allettato, distrutto dalla malattia sua e del figlio.

Non vado mai ai funerali o meglio, non vado più ai funerali dei pazienti che seguo, forse proprio perché quella volta ci andai.

Tutto un paese era attorno alla villetta, aspettai che uscisse la piccola bara mescolato tra la folla, il rito delle preghiere poi il silenzio quando la croce si mosse, un silenzio reale, incredibile, insopportabile.

La croce, il prete, due chierichetti, la bara portata a spalla, la mamma e la sorella di S. fuse in un unico corpo che a stento riusciva a tenere il passo della lenta processione.

Tutti i bambini della scuola elementare, quelli della società sportiva con le divise colorate e tanta tanta gente che lentamente si metteva in moto senza fare il minimo rumore, il capo chino come a contare i passi.

Il padre non c’era, non era in grado di stare nemmeno in carrozzina, era nel letto a vivere il suo dolore.

Lasciai sfilare il feretro, i bambini, e scivolai nel corteo incamminato verso il vicino cimitero.

Mi girai un attimo a guardare quella casa che sapevo non avrei mai più rivisto: là, nel buio della finestra aperta, si muoveva lenta una mano diafana ad accarezzare l’aria, la mano di quel padre che salutava il figlio in attesa di riabbracciarlo.

Rimasi con lo sguardo agganciato da quel movimento ipnotico, continuai ad avanzare mosso dal movimento magmatico del corteo funebre finché mi trovai con le spalle girate al senso di marcia.

Abbassai gli occhi e tornai a contare i miei passi.

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