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06.10.2016  |  Aggiornamenti

Le 56 ore di dignità negata al signor Marcello C.

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È accaduto nell’anno, non certo di grazia, 2016. Un uomo malato terminale è stato parcheggiato (proprio così) nel reparto di pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma per 56 ore, in una sala dove vengono tenuti i pazienti in codice giallo e verde, i meno gravi. Finché non è sopraggiunta la morte mentre i parenti si affannavano a porre labili scudi in difesa di una dignità travolta e negata.

La cartella clinica non lasciava spazio a dubbi. Ma non è il dubbio che ha accompagnato gli ultimi istanti di vita di Marcello Cairoli, ma un’altra, gravissima malattia endemica, l’indifferenza, il vero flagello che affligge la nostra società.

Le 56 ore di dignità negata al signor Marcello C.

I fatti sono narrati negli articoli del Corriere della Sera di Gian Antonio Stella – “La dignità negata ad un malato che muore” e “Marcello, poche ore di vita e lasciato morire in un pronto soccorso” – e Claudia Voltattorni – «Mio padre malato terminale morto dopo 56 ore al pronto soccorso del S. Camillo di Roma».

Se proponiamo nel nostro blog l’allucinante vicenda, non è certo per ribadire l’essenzialità dell’opera nostra e di quanti, sempre più numerosi, si occupano in Italia delle cure palliative.

Ci interessa piuttosto riflettere sugli aspetti di ordinaria anormalità che questa lascia intravvedere a fatica, tanto pare assurda la concatenazione degli eventi.

La vicenda sarebbe stata sepolta nel silenzio e nell’indifferenza, dobbiamo saperlo, se il figlio della vittima (due volte vittima, del proprio male e del male altrui) non facesse di mestiere il giornalista e se non avesse deciso di scrivere una lettera denunciando il caso alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

Un caso limite? Certo, oltre l’umano sentire, ma che rappresenta il frutto perverso di un atteggiamento che ha radici profonde nella nostra società.

A Marcello Cairoli è stata negata una morte dignitosa perché ciascun attore di questa storia allucinante non ha mai alzato lo sguardo verso il morente, magari facendo, se così si può dire, “il proprio dovere”.
Compreso colui che per un istante ha sollevato dalla sponda del letto la cartella clinica definendolo “un destinato” e poi ha proseguito lungo quel maledetto corridoio.

L’esito già scritto sulla cartella clinica è diventato così un problema di altri, una perversa catena di Sant’Antonio che si è conclusa con la strabiliante affermazione che la procedura di mandare a casa con un infermiere il malato andava avviata con una quindicina di giorni d’anticipo.

La verità è che il signor Marcello in quel letto è morto molto prima di quelle cinquantasei ore di strazio.
È morto quando gli è stata negata la dignità della vita in ogni suo istante.

Pensate, pensino medici, infermieri, dirigenti sanitari e tutti coloro che hanno sfiorato quel corpo senza vederlo, che cosa significano nella vita di ognuno di noi 56 ore. Quell’arco di tempo che a noi pare così breve è uno scrigno prezioso perché riguarda la vita di ogni uomo, singola e irripetibile.

L’idea di Vidas è nata oltre settant’anni fa in una casa a ringhiera della vecchia Milano, quando la nostra fondatrice recò assistenza a un’amica morente che non aveva più nulla e nessuno se non il rumore dei bimbi che giocavano a palla nel cortile sottostante. Una benedizione se si pensa a quanti ridevano e facevano chiasso nei corridoi del San Camillo mentre sfioravano il letto di un uomo al quale stavano rubando, senza neppure saperlo, una morte dignitosa.

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