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10.11.2020  |  Aggiornamenti

Anche con il Coronavirus, continuiamo ad essere presenti: intervista a Giorgio Trojsi

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“Resta ancora la speranza che si eviti il collasso degli ospedali in Lombardia e VIDAS fa la sua parte nel dare supporto alla gestione dell’emergenza sociosanitaria”. Resta (cautamente) ottimista Giorgio Trojsi, direttore generale VIDAS.

“Attualmente prendiamo in carico pazienti inguaribili anche se positivi al Covid-19. Le cinque équipe domiciliari, sui territori di Milano, Monza e le due province, sono state riorganizzate perché medici e infermieri, formati nel rispetto delle procedure e forniti di tutti i DPI (non solo guanti e mascherina ma anche visiera, cuffia, camice), garantiscano assistenza limitando al minimo il coinvolgimento delle altre figure professionali (psicologo e fisioterapista, ad esempio). Entrando nelle case di persone infette, è bene che siano tutelati loro stessi e, al tempo stesso, le possibilità di trasmissione del contagio siano ridotte al minimo”.

Com’è la situazione generale oggi, sul fronte della gestione dell’emergenza sociosanitaria?

Siamo già abbastanza vicini al limite perché, come ci sembra di poter dire, queste epidemie hanno sviluppo esponenziale e i contagi sono raddoppiati settimanalmente, nell’ultimo mese.

A differenza di quel che è successo in primavera, mancano oggi anche medici e operatori disposti a muoversi tra regioni, verso i focolai più gravi. La diffusione su tutto il territorio nazionale rende non replicabile questa soluzione.

La diffusione dell’epidemia è più forte oggi rispetto a marzo, anche se, rispetto ad allora, abbiamo più dati a disposizione. Abbiamo più consapevolezza di come e quanto circoli il virus e sappiamo che può ulteriormente crescere e svilupparsi. A marzo il lockdown totale ha significato il blocco dei contagi. Oggi, le nuove misure contenitive, sono l’unico mezzo per contenere e, speriamo, azzerare la diffusione.

A marzo avevamo avuto la richiesta di assistere pazienti Covid-19 ma, in effetti, nella stragrande maggioranza, abbiamo curato pazienti non infetti. Oggi siamo tenuti, per disposizione regionale, a fare il tampone nasofaringeo a tutti i malati che entrano in hospice. Dato il sovraccarico dell’ATS, è stata data la possibilità alle varie strutture sul territorio di muoversi in autonomia, avendo assegnato un laboratorio analisi di riferimento, in modo da accelerare i tempi con un beneficio per i nostri pazienti e per l’intero sistema. A ogni nuova richiesta di assistenza, i nostri operatori, con tutte le precauzioni (i tamponi si fanno in massima sicurezza, provvisti di tutti i dpi: guanti, mascherina ffp2 o ffp3, visiera, cuffia, calzari, camice), eseguono i tamponi e li trasportano al Policlinico per le analisi.

I positivi vengono ricoverati?

Al momento no, anche nel rispetto di indicazioni regionali. Forti dell’esperienza della primavera nelle RSA, Regione Lombardia ha scelto di non far ricoverare pazienti positivi nelle strutture sociosanitarie.

La presa in carico dipende dall’attivazione di servizi territoriali?

A fronte di investimenti sul territorio che però sono ancora insufficienti, molti sono i pazienti, assistiti nelle loro case, alla fine della vita a causa di una patologia inguaribile cui si è aggiunta l’infezione da coronavirus. A questi pazienti non possiamo negare la nostra assistenza perché sono a tutti gli effetti pazienti eleggibili alle cure palliative che hanno diritto ad essere assistiti dai servizi preposti come il nostro. Questo sta richiedendo un ulteriore impegno in formazione degli operatori e dotazione di DPI. Entrare nelle case dei nostri assistiti significa anche contribuire al tracciamento dei contagi anche perché i familiari non sempre sono consapevoli di essere esposti al contagio e di essere a loro volta potenziale veicolo di trasmissione del virus. È quel che si chiama educazione sanitaria, compito che i nostri operatori già svolgono e che in era Covid trova una nuova declinazione.

Quali sono i numeri allo stato attuale dei malati e quale proiezione si può fare sulle prossime settimane?

I pazienti sono sempre oltre i 200, con una percentuale in continua crescita di positivi già alla segnalazione, di positivizzazione in corso di assistenza, di situazioni sospette (pazienti sintomatici in attesa di tampone) e di pazienti contatto stretto di positivo.

La gestione di questi malati che tipo di impatto ha sull’assistenza nel suo complesso, dal punto di vista organizzativo ma anche psicologico, relazionale, emotivo? In qualche modo, è il passaggio alla prima linea – senza snaturarci.

Mio padre quando mi insegnò a guidare mi disse che dovevo affrontare ogni curva come se dietro potesse esserci un tir che stava invadendo la mia corsia. Temo che oggi, per gli operatori, che si sentono già accerchiati – è il termine che usano e ripetono più di frequente, passando di casa in casa, incontrando famiglie dove pazienti o caregiver o entrambi sono positivi – è un po’ come averlo davanti, il tir.

Li abbiamo chiamati a un rafforzamento dell’attenzione e delle misure di sicurezza, il livello di guardia è altissimo, l’allerta è diventata parte delle loro giornate. Sono tesi ma, fortunatamente, c’è in loro anche grande consapevolezza. Noi facciamo tutto il possibile per garantire ottimali condizioni di sicurezza anche se, in quest’ultima fase, un discreto numero di operatori è stato contagiato: il contatto positivo è stato però prevalentemente, almeno all’origine, extra-lavorativo. L’aumento della diffusione del contagio tra gli operatori rappresenterebbe naturalmente una minaccia anche rispetto alla possibilità di continuare ad erogare il servizio sia a domicilio sia in degenza. Oltre un certo numero di assenze ci vedremmo costretti a ridurre il carico assistenziale.

Che tipo di precauzioni vengono messe in atto rispetto alla protezione di familiari e operatori (consideriamo tutto, dpi, frequenza delle sanificazioni, dei tamponi, etc.)?

Come richiesto dalla Regione in marzo, anche in questa fase, abbiamo deciso di ridurre all’indispensabile il numero di visite a ciascun malato, sostituendo, se possibile, con frequenti contatti telefonici. Questo ci consente tra l’altro di offrire risposta a un maggior numero di malati. Tutti i malati, prima di essere accolti in hospice, vengono sottoposti a tampone nasofaringeo. Anche i pazienti già ricoverati vengono sottoposti a tampone nasofaringeo periodicamente anche in assenza di sintomi e qualora manifestino un quadro clinico compatibile con Covid-19, compatibilmente con le condizioni cliniche e con l’aspettativa di vita. In ogni caso le precauzioni per tutti coloro che entrano in contatto con i malati sono state portate al massimo livello.

Siamo a un punto di saturazione, come VIDAS, rispetto alle prese in carico?

Siamo a pieno regime ma reggiamo l’urto – il che significa che qualsiasi condizione peggiorativa, esogena (ovvero un maggior carico di pazienti provenienti da ospedali che dimettono malati inguaribili in fase avanzata, con o senza Covid-19) o endogena (una diffusione dell’epidemia tra gli operatori che può implicare di non far fronte alla copertura dei turni, in particolare degli infermieri) può compromettere la nostra capacità di continuare a garantire l’assistenza a chiunque la chieda.

Accompagnare i malati di Covid a casa loro è dare una parziale risposta a una delle carenze più dolorose della prima ondata pandemica. È così che viene vissuta la nostra presenza? Si accompagna nella vicinanza e alleviando il dolore? Possiamo dare qualche elemento emotivo anche su questo fronte?

In fondo il messaggio che vogliamo dare è sempre lo stesso: essere presenti con umanità e professionalità per fare tutto quello che si può fare. La solitudine non è solo dei malati ma anche, e forse soprattutto, delle loro famiglie alle quali è vietato l’accesso agli ospedali e a domicilio l’organizzazione della rete di cure palliative può offrire una risposta ai bisogni di assistenza e conforto.

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