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08.04.2026  |  Operatori

Entare in un mondo nuovo

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Sandra Quispe è OSS a Casa VIDAS dalla sua apertura, nel 2006. Ci racconta come, in quasi vent’anni, ha imparato a entrare nel mondo di ogni paziente.

“Sandra portami al mare”, diceva una popolare canzone di fine anni Novanta. Sandra Quispe, OSS di Casa VIDAS fin dalla sua apertura nel 2006, forse non riuscirà a portare i pazienti sulla spiaggia, ma sicuramente sa come farli evadere dalla loro condizione, usando un sapiente misto di senso dell’umorismo, dolcezza e – quando ci vuole – un pizzico di fermezza. 

Ricordando il suo ingresso in Via Ojetti 66, dice «quando sono arrivata ero una novellina. La mia ottica era completamente diversa, si basava soprattutto sulle mie esperienze in RSA. Arrivare in VIDAS mi ha cambiato tante cose, la più bella è stato il cambiamento nel mio approccio con il paziente. È un altro livello: non quello di una struttura, di una casa di riposo o di un ospedale: è un altro modo di stare con le persone. Ho imparato tante cose belle, ho dato tante cose belle, e sono stata felice.”  

All’inizio Sandra parlava poco, era un po’ chiusa, “perché non sapevo bene cosa mi aspettasse. Ma una volta entrata in questo mondo ho capito che era straordinario.” Tutto cambia quando inizia ad adottare questo approccio: ogni paziente è diverso.  

“Sono partita dal mio pensiero che ogni paziente non è solo un paziente, ma una persona. E con ogni persona con cui ho avuto contatto ho imparato a fare quello di cui aveva bisogno in quel momento. C’era chi amava la musica: mettevo la musica. Non sono una cantante, ma cantavo. Non sono una stilista, ma facevo le trecce, le unghie, a volte i massaggi. Scherzavamo, parlavamo.”

“È un mondo molto diverso. Non è solo assistenza “tecnica”, ma creare un’armonia in quel momento in cui siamo insieme. E questa è una cosa bellissima per me,” racconta Sandra con grande calore. 

Il lavoro di OSS è molto delicato. Deve per forza instaurarsi una relazione con il paziente – ancora più che tra medico e paziente – perché l’OSS entra a contatto diretto con l’intimità di una persona. “E se non si crea una relazione, diventa un disagio per tutti” dice Sandra ridendo. “Tutti noi OSS siamo molto legati ai pazienti, perché passiamo tanto tempo con loro. Anche gli altri professionisti hanno un bellissimo rapporto, ma il tempo che passiamo noi con i pazienti è diverso. E spesso loro si sentono più sereni quando ci siamo noi, perché entriamo, scherziamo, alleggeriamo. A volte è necessario anche dire le cose con fermezza, come si fa con i bambini. Serve dire: “No, questo non va bene”, oppure “Così sì”. E loro capiscono, accettano. Sanno che ci sono cose che non possono fare, come scavalcare il letto o muoversi in modo pericoloso. Quando qualcuno fa di testa sua e finisce che cade dal letto io glielo dico scherzando: “Ivo* cosa stai facendo, stai misurando il pavimento?”. E lui ride. Si trova sempre un modo per farli stare bene.”  

È l’approccio con ogni persona che fa la differenza. “All’inizio è normale che abbiano paura, che non sappiano dove si trovano. L’importante è trovare il modo per arrivare a loro. In questi anni ho ricevuto tanto dai pazienti. Alcuni sono rimasti dentro di me. Non è stato tutto felicità e allegria: ci sono stati anche momenti difficili. Ricordo una paziente a cui facevo sempre le trecce, mi cercava proprio per quello. Un giorno aveva difficoltà a respirare, era con l’ossigeno, ha voluto andare in bagno. Le ho detto: “Clara* aspetta un attimo, dobbiamo farlo insieme”. È entrata in bagno ed è morta tra le mie braccia. È stato molto doloroso, certo [Sandra si prende un attimo per ricordare Clara* in silenzio]. Ma quello che mi consola è che fino all’ultimo momento lei era felice, stava facendo una cosa che voleva fare – una cosa piccola come una treccia – ma che la faceva stare bene.” 

Sono passati tanti anni e tanti pazienti, ma Sandra ricorda soprattutto la felicità che ha visto nelle camere dell’hospice. “A volte ci dicono: “Quel signore non parla con nessuno, è difficile”. Io entro sempre cambiando approccio. Posso dire: “Ciao amico, come stai?” oppure “Ehi, sei mio”. Se ride, è fatta. Se ride, si fida. E allora posso lavarlo, pettinarlo, tagliare le unghie, sempre scherzando. E quando esco dalla stanza sono soddisfatta, perché so di avergli regalato un momento di serenità. Cerco sempre il modo di arrivare a loro. Non entro dicendo solo “Buongiorno, dobbiamo fare questo”. A volte non serve. Serve capire come entrare nel loro piccolo mondo. Perché tu puoi sapere tante cose, ma davanti a quella persona non sai niente: devi costruire tutto in quel momento.”  

Ogni paziente è un percorso. E per Sandra “se riesci ad arrivare a lui, hai già fatto tutto. Vai a casa tranquilla, dormi tranquilla, perché sai di aver fatto una cosa giusta. Questo posto, per me, è il migliore in cui abbia lavorato. Qui il paziente non resta solo un paziente: diventa parte di una famiglia. Ed è questo che mi riempie. Ci sono anche piccoli gesti che mi sorprendono.

Una volta avevo pettinato una paziente, le avevo messo i fiorellini tra i capelli, il profumo. Quando sono entrate le infermiere lei diceva tutta fiera: “Mi ha fatto bella la Sandra”. Questo per me basta.

Anche un cioccolatino regalato con il cuore, che non dovrei mangiare perché sono sempre a dieta ma i pazienti insistono che me lo vogliono dare…sono queste le cose che contano. Io faccio questo lavoro perché mi bastano queste piccole cose. Come diceva mio padre: quando fai qualcosa per qualcuno, non aspettarti niente in cambio. Fallo perché sei convinta, perché per te è giusto. E questo ti basterà.» 

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