di Giuseppe Ceretti

Su queste pagine ci siamo incontrati 15 anni fa. Lei in Casa VIDAS lavorava da 5 anni come operatrice sociosanitaria. Mi raccontò la sua storia, la perdita del lavoro, l’addio a Lima nel ‘95, l’approdo a Milano, il diploma per OSS, il lavoro in ospedale, l’incontro con VIDAS: quante vite in una. E ora? Cos’è rimasto della Elizabeth di allora e chi è quella di oggi?
Le rispondo con le tante Elizabeth che lavorano accanto a me. Sì, perché questo è davvero un lavoro collettivo, anche se sei spesso sola a tu per tu con il malato. Solo così puoi dividere il fardello e non portarlo a casa. Guai se accadesse e smettessi di sorridere alla vita.
Già il fardello. Guardo il suo volto luminoso e mi chiedo quale sia la misteriosa forza che le consente di raccontarmi della perdita della figlia, del figlio che le è tanto caro quanto lontano.
Sono nata in Perù, un Paese festaiolo come si dice qui in Italia – il suo italiano si è nel frattempo arricchito, articolato, reso inconfondibile da quell’accento che ognuno di noi si trascina dolcemente dal suo luogo d’origine, ndr. Amo profondamente il mio lavoro, ma non vivo per lavorare perché oltre queste mura, che mi sono care, c’è un’altra vita. Se non fosse così, avrei smesso da tempo.
Nelle cure palliative cosa è cambiato in tanti anni dal suo osservatorio privilegiato?
C’è maggiore consapevolezza della loro efficacia, ma mi piace più definirla bontà, anche se la strada da percorrere è ancora lunga. Credo che gli hospice nati nel frattempo, sull’esempio di Casa VIDAS, abbiano aiutato tanto lo sviluppo delle cure palliative in Italia.
Nel nostro primo incontro mi disse che la colpì quanto fosse diversa la cultura della morte in Italia rispetto al Perù. Qui i bimbi vengono tenuti lontani dai nonni o dai genitori morenti. Perché, si chiedeva? Molti giovani, quando diventano adulti, si chiederanno: perché non ero lì, in quei momenti? Trova che in questo lungo periodo qualcosa sia cambiato?
Vengo da un Paese dove è più radicata un’altra idea del morire. La situazione è in parte mutata, ma resta forte la resistenza a far venire i giovani attorno al letto del malato. Li si vuole preservare dalla visione del dolore, proteggere la memoria di com’erano prima padre, madre, nonni. Capisco, ma sono di opinione diversa. Vent’anni di esperienza mi dicono che anche gli adolescenti sanno affrontare la perdita. Chi di loro entra in queste stanze vede che i pazienti si alzano quando è possibile, c’è musica, c’è vita che non cancella, anzi esalta quell’altra vita che sta svanendo. In ogni caso non mi permetterei mai di parlarne a chi soffre: ai familiari è dovuto innanzitutto rispetto e la decisione finale sulle modalità degli incontri.

Lei è una testimone d’eccellenza del cammino fatto in questi anni da VIDAS. In che cosa è diverso e in che cosa non è mutato il lavoro in questo lungo periodo?
Parlo come una testimone che ascolta quanto viene detto dal malato e dai familiari. La prima reazione è la sorpresa che ci sia un luogo dove possono trovare insieme cure e conforto. Perciò dico che il problema principale è la conoscenza. A partire non solo dagli ospedali, ma dai medici di base. Chi viene ricoverato a volte crede di essere qui solo per fare la fisioterapia. Un altro punto da sottolineare è che i casi estremi vengono segnalati troppo tardi. È una questione delicata che impegna tutti noi e la società, a partire dai medici, ciascuno per le proprie competenze. Le segnalazioni devono essere più tempestive, spesso arrivano già morenti. Se c’è chi dice: ok, voglio stare in casa, va bene e va rispettato, ma se ci sono chiare difficoltà bisogna intervenire. Non mi viene altro termine: si va troppo in là.
Una domanda curiosa: qual è oggi la provenienza delle operatrici sanitarie? Quando ci incontrammo nessuna era italiana, molte latino-americane
Non c’è più il monopolio latino-americano del passato — mi risponde con un sorriso — molto legato al significato che noi diamo o davamo al nucleo familiare. Oggi circa la metà viene da tutte le regioni d’Italia, l’altra metà da vari Paesi.
Solo ora m’accorgo di non averle chiesto qual è oggi il suo impegno primario in Casa VIDAS?
Mi occupo della gestione dei reparti, dei problemi organizzativi e logistici, vedere che cosa serve alle varie figure professionali che agiscono. Osservo infine se c’è qualcosa che non va e lo segnalo al personale medico.
Inevitabile chiederle, c’è un’esperienza vissuta che si porta quale traccia indelebile nel cuore?
Tante esperienze. Vent’anni sono tanti. Fatti di vite, di volti, ma anche di gioie, di affetti ricevuti, di ricordi incancellabili. Ci sono pazienti che restano nel cuore, per qualcuno diventi la seconda figlia o la seconda madre, spesso la seconda famiglia. Dopo un po’ di tempo capisci quando patiscono, avverti sì il dolore o la tristezza, ma godi con loro anche dei rari, intensi, momenti di gioia. Li ringrazio tutti dal profondo, per ciò che mi hanno dato e insegnato.
Signora Jimenez, tra mille anni, quando diventerà anziana, che farà nella vita? Sarà ancora con VIDAS?
In questi anni ho dato tantissimo e ricevuto altrettanto. Non so: in Perù? Forse torno, forse resto in Italia. In fondo mi piace scoprire, fare nuove esperienze, essere cittadina del mondo, come si dice qui.
Giuro che è l’ultima domanda, facciamo penultima: com’è l’Italia vista da Casa VIDAS?
Con tante paure, con poca voglia di scoprire, di mettersi in gioco. Paura della sofferenza che c’è, non nego, ma che è parte della nostra vita. C’è una resistenza a farsi aiutare, il timore di lasciare vedere le nostre debolezze, di farsi travolgere dai problemi, molti veri, ma alcuni falsi.
Ci stiamo per salutare, pronti ai prossimi incontri tra i corridoi o in mensa, ma un cenno mi fa capire che la signora Jimenez ha qualcosa che pende sulla punta delle labbra…Mi dica
Volevo dire che la cura non è solo intervenire sui sintomi, ma abitare quello spazio misterioso tra i due tempi, la vita e la morte, aiutando in ogni istante le persone a sentirsi viste, accompagnate e meno sole.
Già, signora Elizabeth, ha ragione: le par poco?