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10.02.2026  |  Pazienti e famiglie

Cosa ho imparato alla fine della vita

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Anna Maria era infermiera di notte, oggi che si ritrova “dall’altra parte del letto” condivide alcune cose che sente di aver imparato alla fine del suo percorso

Anna Maria passa parte delle sue giornate nel salone di Casa VIDAS, seduta vicino alle grandi finestre che lasciano entrare la luce. Tiene il giornale tra le mani, legge, osserva. È una donna di oltre sessant’anni, sveglia, con una forza che emerge dal modo in cui racconta ciò che sta vivendo.

Ripercorrendo i mesi precedenti, spiega che tutto è iniziato in autunno: «Da ottobre è cominciato il diabete, poi a gennaio-febbraio la diagnosi: massa tumorale pancreatica». La malattia si è fatta rapidamente più complessa. Anna Maria era infermiera e sa benissimo che non c’è più una possibilità di guarigione, ma è altrettanto consapevole che il suo percorso non si esaurisce qui: «Per calmare il dolore – ho detto al dottore – potrò ben fare qualcosa, no?».

Dall’altra parte del letto

Secondo Anna Maria, il suo modo di guardare alle persone nasce da quando faceva i turni di notte, da sola: «Io mi ritengo una che legge dentro, perché con il lavoro che facevo, se non leggevo dentro le persone, come capivo come curarle?». Oggi si ritrova lei stessa paziente, in una posizione che per anni ha osservato dall’altra parte. «Mi sono vista in un letto di ospedale, cosa che non avevo mai immaginato per me».

Ricorda con precisione l’incontro con la dottoressa di VIDAS: «Quando l’ho vista, subito, non avevo neanche capito che era lei la dottoressa. Ho solo pensato: mamma mia, che bella persona». In quel momento, racconta, ha riconosciuto un gesto che per lei ha sempre avuto un valore profondo: «Quello che facevo io per i morenti: tenevo la mano finché se ne andavano. È la cosa più bella che puoi fare per un paziente». È un gesto che per lei dice tutto: «Io dicevo sempre: cara, non posso mettermi al tuo posto, però posso stare vicino a te fino alla fine. E finché non te ne vai, non ti mollo».

Lezioni di vita

Parlando del percorso vissuto in hospice, Anna Maria usa parole molto precise: «Quello che ha fatto VIDAS è stato permettermi di avere ancora la mia dignità».

Dice di aver imparato tre cose importanti. La prima è netta: «Io non sono più dispensabile. Né agli altri, né a me. Punto». La seconda è una lezione di umiltà:

«Lasciare veramente, a occhi chiusi, la mia persona nelle loro mani».

Anche quando non è semplice: «Anche se non ti piace quello che fanno, tu fallo per rispetto di quello che fanno per il tuo bene. Punto».

La terza lezione riguarda il significato della parola “casa”. Ricorda di aver chiesto, appena arrivata: «Portatemi di là». E quando le chiedevano dove, rispondeva: «A casa». Poi la consapevolezza è arrivata piano: «Hai imparato che questa è la tua casa? Sì». Casa non come rinuncia, ma come riconoscimento di un luogo in cui potersi affidare.

Seduta nel salone, con la luce addosso e il giornale aperto, Anna Maria guarda a ciò che sta vivendo con lucidità. E conclude con una frase che per lei racchiude il senso del percorso, cominciato tanti anni fa quando lavorava come infermiera: «Io credo che voi siate proprio il mio traguardo ideale».

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