Quando ad Antonio viene diagnosticata la SLA, il 6 maggio 2025, tutto cambia molto in fretta. Nelle settimane precedenti aveva iniziato a percepire un malessere diffuso, che non riusciva a definire con precisione ma che gli rendeva chiaro che qualcosa non stava andando come avrebbe dovuto. Viene ricoverato subito per accertamenti, rimane in ospedale fino al momento della diagnosi: «Mi hanno detto che sì, era SLA, una malattia degenerativa che colpisce il sistema nervoso e comporta un problema muscolare molto grave» racconta Antonio nel salone di Casa VIDAS illuminato dal sole.
Dopo il rientro a casa, prova a riprendere la sua quotidianità, ma la malattia avanza più rapidamente del previsto. A fine agosto le difficoltà aumentano e Antonio viene ricoverato al Centro Don Gnocchi per un mese, per monitorare la situazione respiratoria che si è molto aggravata. È un passaggio necessario, che gli permette di comprendere meglio i cambiamenti in corso nel suo corpo.
Diventa chiaro che non è più possibile rimanere a casa e così Antonio accetta di essere ricoverato in Casa VIDAS: «Il supporto è eccezionale, è buono in tutti i sensi. Sono pratici, accoglienti, veloci e fanno ovviamente bene le loro mansioni. Mi sento tutelato dal punto di vista di stare qui come paziente».
Antonio non è più autonomo come un tempo, l’intervista è poco più che un sussurro di voce. Riesce ancora a mangiare un po’ da solo, anche se con molta fatica, ma ciò che sente maggiormente è la presenza costante di chi gli sta intorno: «Non ho ancora bisogno di certi supporti particolari, però non sono più autonomo… l’aiuto c’è, quindi io sono un paziente tranquillo e contento – tra virgolette – di essere in una struttura che ti cura in questa maniera».
Parlando di cura, Antonio sceglie parole semplici e precise. Per lui è un concetto che va oltre la terapia e chiama in causa uno sguardo più ampio:
«Secondo me cura è attenzione. Attenzione rispetto a qualsiasi cosa, a una persona, verso se stessi. Curare significa guardare qual è il problema e trovare soluzioni le più pratiche, le più intelligenti».
Nella sua visione, la cura non è fatta solo di farmaci o strumenti, ma di un accompagnamento umano che riconosce la dignità e la storia di chi sta attraversando la malattia: «Curare una malattia è controllare cos’è questa malattia e dare supporto medico, certo. Ma il malato deve essere supportato come persona. Perché il malato rimane sempre una persona».
Nelle sue parole c’è la consapevolezza della fragilità, ma anche la forza di chi continua a osservare la realtà con attenzione, cercando dentro di sé e nelle relazioni attorno un equilibrio possibile. Casa VIDAS è un luogo in cui questa attenzione prende forma: nella presenza attenta di chi si prende cura e nella possibilità di sentirsi, sempre, persona.