Stanno cambiando i pazienti adulti seguiti nelle loro abitazioni. Oltre uno su cinque arriva alla fine della vita a causa di patologie non oncologiche – come nefropatie, cardiopatie o insufficienze respiratorie – che richiedono un bisogno di cura di minore intensità ma distribuito su tempi più lunghi.
Ermes Schiocchet, responsabile del servizio domiciliare, descrive così questo cambiamento: “Le giornate di presa in carico stanno crescendo e il numero di pazienti adulti assistiti ogni giorno ha raggiunto quote inimmaginabili, con punte di 290 e una sopravvivenza in lento e progressivo incremento. Osservando i dati, si nota il costante innalzamento dell’età: diminuiscono in percentuale le persone tra 18 e 65 anni e tra 66 e 80, mentre aumentano gli ultraottantenni, che rappresentano oltre sei assistiti su dieci. Curiamo i grandi anziani, con malattie croniche, spesso fragili perché soli”.
Soli? È possibile prendere in carico persone senza caregiver?
Se le condizioni cliniche lo consentono, l’assistenza domiciliare viene attivata, con la consapevolezza che, in caso di peggioramento, è possibile l’accoglienza in hospice. La valutazione è affidata agli assistenti sociali, che effettuano anche visite domiciliari, sapendo che la solitudine può essere una condizione temporanea.
Come cambia la cura?
L’assistenza può risultare meno impegnativa dal punto di vista tecnico, con una bassa frequenza di accessi domiciliari. L’impegno principale riguarda invece la pianificazione condivisa delle cure. Le patologie croniche alternano fasi di crisi a momenti di stabilità, rendendo più complessa l’accettazione di un peggioramento irreversibile.
Accompagnare nella fase finale della vita significa sostenere pazienti e familiari nel maturare consapevolezza e nel costruire insieme un percorso che valorizzi la qualità della vita residua.
Questo articolo è tratto dal Notizario “Insieme a VIDAS”.
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