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14.08.2013  |  Operatori

Il male dentro e la Grande C

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Il tema della Grande C è ormai un tema di tendenza: fiction, pubblicazioni, ricerche, annunci, metodologie relazionali, saggi, terapie innovative, annunci marketing: da quando il Cancro è divenuto una malattia “curabile” e non più lo stigma che precede la morte, le storie hanno iniziato a diffondersi. Del resto, con il Cancro si convive e quindi perché non raccontarlo?

Il punto di vista di Maria Giovanna Luini in “Il male dentro” è posizionato tra le mure candide e asettiche di un moderno e non precisato istituto oncologico del Nord Italia. Da quel punto di vista, che l’autrice conosce molto bene, descrive gli avvenimenti che accadono in Istituto in una finestra temporale tutto sommato a caso. Nel senso che nel romanzo di Luini non troverete una vera e propria storia, con un inizio e una fine, ma piuttosto lo spaccato di tutte le storie che sono avvenute, avvengono o potrebbero avvenire in un luogo del genere. E questo, secondo me, è il limite più grande di questo romanzo: c’è troppa roba. E c’è troppa roba di quella che un lettore si aspetta: i chirurghi affascinanti privi di una vita privata e che sono dediti al corteggiamento e al sesso adulterino, la difficoltà delle relazioni medico-paziente, il medico oncologo che si ammala di cancro (e che comprende che cosa significa stare dall’altra parte della barricata), i metodi di cura alternativi, i pazienti che muoiono sia che siano ricchi e belli, sia che siano brutti e poveri (a livella!), i responsabili dell’amministrazione antipatici e sgradevoli, il miracolo della guarigione…

Tecnicamente, la scelta di un punto di vista multiplo mi vede piuttosto freddo perché risulta poi arduo riuscire a definire al meglio i personaggi in un numero di pagine limitato, e del resto l’effetto si percepisce nell’appiattimento che in parte ne risulta. I dialoghi non sono sempre convincenti e talvolta si perde il filo: alcune battute potrebbero essere dette da uno qualunque dei personaggi in scena in quel momento, in altre parole, dietro il personaggio di turno non c’è il rilievo psicologico necessario per attribuirgli con certezza la battuta presente in un dialogo. Non è sempre così, sia chiaro. Alcuni dialoghi sono ben riusciti.

Detto questo, occorre anche dire che il romanzo presenta un suo punto di forza, quello di proporre al lettore un certo clima di gestione della malattia, ad opera di chi la malattia la conosce e la contrasta: un certo gergo, un certo ritmo, le apparecchiature, gli approcci medicali e via dicendo accompagnano il lettore in un percorso freddo e necessario, interessante e talvolta spaventoso. Insomma, la vera cifra del romanzo è questa.

Conclusione: se siete di quelli che comprano i cinque, sei libri per l’estate e che hanno l’abitudine di infilare in valigia opere abbastanza leggere, scorrevoli e piacevoli, compratelo. Se siete invece persone abituate a scegliere oculatamente, a mio modesto avviso, lasciate perdere.

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