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29.01.2015  |  Operatori

Il suo viso burbero si allarga in un sorriso

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Paziente e curante, due persone che si trovano a percorrere un ultimo tratto di strada insieme, e a volte, per le personalità che hanno, riescono a recitare ruoli diversi, si seducono reciprocamente e si regalano piccoli attimi di condivisione quotidiana. Giada ci racconta di una storia che l’ha colpita.

Smiley

Suono il campanello ma nessuno risponde. Dalla casa proviene il rumore di una radio ad un volume assordante. Siamo alle solite. Augusto è in casa da solo, la porta aperta. Mi decido ad entrare.
“Buonasera, Augusto. Sono la dottoressa”. Mi aspetto di trovarlo in sala, con il berretto calato sugli occhi e i suoi tre o quattro strati di pile. In sala non c’è. Mi avventuro nella casa che ormai, dopo qualche mese di assistenza, conosco. Provo a ripetere più volte: “Augusto, buonasera”, ma nessuno risponde. D’altronde il volume della radio è così alto che faccio fatica persino io a sentire la mia voce.
Lo trovo in camera, sdraiato nel letto.
“Buonasera, Augusto, come mai a letto?” – “Buonasera, dottora. Sto male. Sono quasi ventiquattro ore che non mi alzo dal letto. Mi si è riaperta la fistola. Ho un dolore tremendo. Non dormo, non mangio e non riesco neanche a muovermi. Figuriamoci a stare seduto”.
“E come mai è qui da solo?” – “La badante finisce a mezzogiorno. Mi ha medicato prima di andare via. Torna domani mattina.”
Tra me e me penso che è il solito capoccione, che sia io che i figli glielo abbiamo spiegato che non può più stare da solo, che così non si può fare una buona assistenza, ma taccio. Ne abbiamo già parlato almeno venti volte. Lui dice che sì, abbiamo ragione, ma fa quel che vuole, non rinuncia allo spazio di autonomia residua, di privacy, di solitudine che gli rimane, a costo di correre i suoi rischi. E poi oggi sta troppo male per una predica.
La medicazione è sporca, il pannolone zuppo. Lo medico e lo aiuto a cambiarsi.
Gli chiedo se la notte la passerà da solo. Mi rassicura: rientrerà suo figlio, non starà da solo.
“Quando esce, dottora, accosti bene la porta per favore. Poi magari mi alzo a chiudere”.

La mattina dopo ritiro gli esami di Augusto. È molto anemico, deve fare una trasfusione.
Lo chiamo e gli propongo un breve ricovero in hospice per fare la trasfusione e medicare bene la fistola. Lo sgrido un po’ intanto, gli dico che ha bisogno di assistenza maggiore. Al rientro dall’hospice dovrà prendere una decisione. O accetta una badante per 24 ore o sceglie un ricovero a lungo termine. Come si è trascinato in queste ultime settimane non può proprio andare.
Il vecchio brontolone cala le armi. “Ha perfettamente ragione, dottora, questa volta devo farmi aiutare”. Si interrompe, ci pensa su. “Però non ho capito. Se mi faccio ricoverare, non in hospice, ma in una struttura per lungo degenti, per quanto tempo devo restare via da casa mia? Quando mi riprendo abbastanza per tornare a casa?”.
Improvvisamente capisco, mi ritrovo al posto del vecchio ingegnere brontolone, che sa tutto della sua malattia ma non può proprio accettare di lasciare le sue cose, il suo mondo, le sue mura, i suoi riti.Intuisco il dolore che deve provare lui, la violenza dell’essere strappati al proprio quotidiano, la rabbia. E nel comprendere la sua di rabbia, la mia rabbia scompare, sento il mio tono di voce addolcirsi. Glielo ripeto, ma in un modo diverso. “Non può farcela da solo, Augusto. Venga in hospice per qualche giorno, poi l’aiutiamo a trovare una badante fissa e lei torna alle sue cose”. “Sì, dottora, facciamo così. Poi torno a casa con la badante. E vedrà che a casa piano piano mi riprendo.”

In hospice è il solito brontolone: se il latte è tiepido, lo voleva caldo; se lo lavano per primo, voleva essere lavato per ultimo; se c’è la pasta, voleva il riso. Lo vado a trovare e il suo viso burbero si allarga in un sorriso, mille rughette agli angoli degli occhi, uno sguardo che è una carezza. “Come va dopo la trasfusione? Si sente un filo più forte?” – “Sì, dottora, torniamo a casa”.
A casa questa volta c’è il badante, di cui Augusto è contento solo in parte. Appena va nell’altra stanza, non perde occasione di lamentarsi di come cucina, della lingua, delle telefonate che fa. Un po’ lo ascolto, un po’ lo prendo in giro: “Tanto lo sappiamo tutti e due che lei è un brontolone e non le va bene mai niente. Si figuri se poteva andarle bene il badante”. Sorride, di nuovo con quel sorriso birichino, che parte dagli angoli degli occhi e piano piano si irradia a tutto il volto.

Il giorno delle elezioni, dopo la visita mi fermo con lui a guardare gli exit poll. Siamo entrambi increduli per le scelte degli italiani, seduti di fianco a guardare la tele, scuotiamo la testa e commentiamo.

Poi improvvisamente Augusto peggiora. Un martedì mattina lo trovo a letto, debolissimo, confuso, con un respiro molto affaticato. È evidente che la situazione sta peggiorando, spiego ad Augusto che imposterò una terapia che lo aiuti a respirare con meno difficoltà, a dormire, a non soffrire più. Augusto annuisce, lo sguardo spaventato. Sto lì con lui finché non si assopisce.
Il giorno dopo torno a trovarlo. Dorme sereno, lo accarezzo, apre gli occhi: forse è solo immaginazione ma mi sembra che il suo sguardo sia una carezza. Non lo vedrò mai più da vivo.

Mesi dopo Gino, lo psicologo con cui chiacchierava in hospice, mi racconta che Augusto diceva che gli piacevo proprio tanto. Ed era felice davvero felice, lui che tanto aveva amato le donne, che il suo medico fosse anche una bella donna. Sono impreparata a sentirmelo dire, ma in fondo non stupita.

Ora lo so: con Augusto ho imparato un altro dei molti significati della parola amore.

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