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09.09.2014

“La morte asciutta” vista da un osservatore impotente e sofferente

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Ho riletto La morte asciutta con l’idea di proporre per il nostro blog un invito alla lettura che sintetizzasse l’opera di Anatole BroyardMi ero imbattuto nel libro qualche anno fa, attratto dalla figura e dalla storia dell’autore (che ha probabilmente ispirato il capolavoro di Philip Roth, La macchia umana). I mesi passati in Vidas hanno, però, stravolto i miei piani, aiutandomi a scorgere aspetti prima ignorati e facendomi decidere di dividere in due parti il mio post nel tentativo di raccontare meglio quelle pagine che Oliver Sacks ha definito “le più profonde, intelligenti e vibranti sul tema della malattia”.

Death of Burke, Arthur Loureiro

Il libro è composto da due racconti, Quello che disse il cistoscopio e Pranzo domenicale a Brooklyn, e da un bellissimo scritto: Il paziente visita il dottore, appunti autobiografici sulla sua malattia e sul rapporto con i medici incontrati lungo il percorso di cura. Mi piacerebbe iniziare approfondendo Quello che disse il cistoscopio. Il racconto della malattia e della morte di Broyard non lascia spazio a sentimentalismi o romanticismi affettivi tra malato e accompagnatore. Non sono racconti di speranza ma pagine che narrano di uno strappo, di una perdita, di relazioni con medici e infermieri. Raccontano l’esperienza di figli, che poi diventano pure malati. L’assenza di speranza non è sinonimo di disperazione, bensì richiesta di “asciuttezza”, ossia tentativo di comprensione, spesso individuale, del dolore e delle paure che ogni uomo affronta lungo il suo cammino. Asciuttezza, non sterilità, perché i personaggi di Broyard vivono e affrontano la prepotenza della sofferenza, con la fragilità dell’uomo invaso dall’inaspettata presenza di problematiche (il dolore, la morte, le relazioni) spesso volutamente ignorate. Racconta, pertanto, il disagio di individui integrati in una società impegnata nella rappresentazione di ciò che è opposto alla morte e alla sconfitta. Gli effetti, di fronte all’inevitabilità del destino umano, sono imprevedibili e violenti, perché ci interpellano integralmente, rimuovendo le ipocrite protezioni prodotte dalla cultura dominante.

Addentriamoci ora nel racconto. Il giovane protagonista narra la morte del padre, riportando le emozioni provate durante tutte le fasi della malattia (scoperta del male, evoluzione del cancro, ultimi giorni, morte).
Le rivelazioni della malattia e della mancanza di cure adeguate per malati terminali, generano in lui sentimenti contrastanti di sconforto e ribellione.

Provai un desiderio selvaggio di curarlo da solo, di tenere per noi quel dolore, di combattere la malattia con le unghie e coi denti, ma bisognava ricoverarlo da qualche parte, perché i gemiti cominciavano a sfuggirli di bocca. Il medico di famiglia gli prescrisse delle iniezioni, ma l’effetto non durava più di un’ora. Quando iniziava a scemare me ne accorgevo dalle mandibole serrate e dallo sguardo fisso, mentre la volontà si chiudeva intorno al dolore cercando di contenerlo.

Di fronte all’incedere della malattia, anche il medico, abbandonando la veste di uomo di scienza, cede per un momento, affidando quel dolore a qualcosa di non umano:

«Gli serve ben altro di quello che posso dare io… anche se non avessi altri pazienti». Era come se volesse affidare la sua anima al cielo invece che il suo corpo a un ospedale; e dopo aver pronunciato quella frase, accortosi anche lui del proprio tono disperato, il medico esitò e inghiottì, come se volesse inghiottire quelle parole, in osservanza alla legge non scritta secondo cui la morte va negata finché non sia certificata.

La malattia invade tutto, il rapporto con la madre (“non c’era sintonia tra i nostri ruoli. Funziona solo nelle soap opera, dove tutti inscenano in maniera unanime una specie di dolore omogeneizzato”), la gestione del tempo da riorganizzare, la percezione di qualcosa di importante che sembra allontanarsi e il senso di impotenza che irrompe e sconforta.

È anche il racconto della lotta personale del padre, la cronaca di un uomo che quando cede ritrova tutta la sua umanità, riscoprendo il diritto legittimo di reclamare amore.

Alla fine mio padre crollò, e per la prima volta gli vidi il terrore negli occhi. Quando entravo il suo sguardo da annegato mi diceva chiaro e tondo che era stato alla deriva in mari inesplorati. I suoi occhi mi risucchiavano (…). «Non lasciarmi solo», sussurrò. «Ho paura». Posai la mano sulla sua. «Non sei solo, papà» ripetei, «sono qui». Gli occhi erano lontani. «Vorrei avere cento figli, tutti qui con me, e anche i loro figli» disse. «Non voglio stare solo.» «Non sei solo, papà» ripetei, «sono qui con te». «Sì, lo so, caro» disse, «lo so», ma non c’era nessun sollievo nella voce, e sapevo cosa sentiva. Vuoi che tutti al mondo interrompano quello che stanno facendo e vengano personalmente a dirti addio. Vuoi che sia l’umanità stessa a salutare la tua presenza, come ti saluterebbero gli amici intimi quando la nave è pronta a salpare. Questa idea di umanità, la pietà di due miliardi di persone, è l’unica condoglianza proporzionata all’evento.

L’Autore tratteggia la condizione dell’uomo che si palesa in tutta la sua complessità. Il desiderio di “essere negli altri”, di vivere gli ultimi istanti immersi nel conosciuto, la cui futura assenza terrorizza.
Racconta, però, anche la disperazione di chi rimane. Non c’è tensione religiosa nel personaggio di Broyard, non c’è presenza di un Altro che ci aiuta a sopportare. C’è la sofferenza di chi perde il padre e nell’immanenza, nel quotidiano che “taglia le gambe” scriveva Pavese, porta con sé il dolore e la scoperta di un nuovo modo di essere in relazione con la persona persa. È un rapporto nuovo, che muta ma non si estingue.

Avevo sentito dire che le ceneri si devono spargere ai quattro venti dalla cima di una collina, oppure versare alle sorgenti di un fiume che sfocia nel mare, ma mentre guardavo la scatola sullo scaffale mi resi conto che quelle cose non erano per noi. Ci conoscevamo troppo bene per quel genere di commedia. La mia mente funzionava con una sicurezza senza precedenti, e senza entrare nei dettagli mi fece capire molto chiaramente una cosa. Era mio compito setacciare quelle ceneri, e io le avrei setacciate, finché da esse egli fosse sorto di nuovo come una fenice.

Nelle pagine di Broyard non ci sono risposte. È una cronaca, spesso gelida, che racconta la morte dal punto di vista di un osservatore impotente e sofferente. Eppure, tra le pieghe dei sentimenti del figlio che rimane solo, è possibile rinvenire tutta la potenza dell’amore e della scoperta del limite, che, nel momento estremo, lasciano una traccia di speranza indelebile.

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