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01.12.2015  |  Volontari

“No me conformo”: il dolore di una madre

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Quando due madri si incontrano….Marina volontaria, Marina mamma che incontra un’altra mamma venuta da lontano per essere vicina al figlio malato. Non c’è una lingua comune per facilitare la comunicazione ma come ci racconta Marina si può essere vicini in tanti modi.

La malattia e il fine vita di una persona portano sempre sofferenza in quanti gli hanno voluto bene e compassionevole condivisione nelle persone coinvolte nella assistenza. Ci sono però dei casi che lasciano sgomenti e senza parole.
Vorrei parlare delle madri, le madri dei morenti, siano essi bambini, giovani, adulti, ma sempre figli.

"No me conformo": il dolore di una madre
Spesso sembrano spaventate, si muovono attonite, sbigottite, come se avessero ricevuto un gran colpo in testa e stentassero a riprendere la ragione. Si trascinano con una stanchezza e un dolore sovrannaturali, in un susseguirsi di giorni in cui incredulità, speranza e realismo si alternano senza fine.
Al risveglio dei loro brevi ed agitati sonni forse hanno degli attimi di illusione, di avere solamente avuto terribili incubi.

Una madre per tutte. Era venuta da Cuba per trovare il figlio che lavorava a Milano, doveva essere una vacanza, due mesi di piacevole condivisione della sua nuova vita.
Poi il figlio è stato male, è apparsa subito la gravità della malattia, c’è stato un rapido peggioramento ed è stato ricoverato all’hospice Casa Vidas. E la madre si è trattenuta.

La malattia aveva colpito il cervello, causava sofferenza, inquietudine, grande agitazione e spesso anche accessi di violenza. La compagna con cui il ragazzo, quarantenne, conviveva a Milano, d’accordo con i medici, aveva deciso per la sedazione, anche se la madre non avrebbe voluto.

Era quindi tranquillo nella sua stanza, assistito dalla madre che, da sola, era sempre accanto a lui. Entravi nella stanza e la vedevi in piedi, di fianco al letto, intenta a guardarlo. Tornavi dopo un po’ ed era sempre lì, ferma e muta.
Qualche volta era seduta in un angolo della poltrona, piangeva silenziosamente e diceva: “No me conformo… no me conformo…”

La signora parlava soltanto spagnolo, ma si è spiegata benissimo nel manifestarmi il suo sgomento di essere sola in un paese straniero, anche se tutto il personale e specialmente quello sudamericano contribuiva con sollecitudine a non farla sentire isolata. La compagna del figlio, sempre insofferente e ostile nei suoi confronti, la escludeva dalle decisioni e dai pensieri; il nonno del ragazzo, suo padre centenario, da Cuba la esortava a riportarlo a casa: “Torna, portalo qui, abbiamo buoni medici, lo guariranno”.

Alle volte, quando nella stanza facevano le pulizie, la trovavo nel salottino, quasi invisibile tra le persone, rincantucciata in un angolino a piangere silenziosamente: “No me conformo… no me conformo…”
Allora la prendevo sottobraccio e me la portavo dietro, mentre sfaccendavo in cucina o preparavo la tavola o facevo compagnia a un’altra persona in salotto o intorno ai tavoli: “Signora vuole un caffè, un tè? Facciamo un giretto in terrazzo?” – “No, in terrazzo no, troppo lontano dalla stanza”. Ma lì intorno si faceva portare e le parlavo: delle piante, del tempo, di ricette, della lavapiatti… una montagna di parole.

Avrei voluto entrarle in testa, levarle l’ossessione, farle capire – ma quando glielo dicevo era d’accordo con me – che sarebbe stato peggio vederlo sofferente ed agitato, che la sedazione non glielo aveva portato via “ancora vivo”, ma toglieva agitazione e dolore a lui, ma anche a lei che avrebbe assistito impotente alla sua sofferenza.
Una montagna di parole per distrarre lei ma in realtà anche me stessa…

 

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