Nina è la cagnolina – sorella! – del piccolo Luca, un bimbo di due anni con sottili capelli biondi, occhi limpidi e una malattia molto rara. Attraverso gli occhi di Nina conosciamo il mondo speciale e inaccessibile dei “bambini luccicanti”, che portano ovunque con loro una luce speciale.
Testo di Chiara Tosini, psicologa e psicoterapeuta.
Illustrazioni di Martin Caezza.
In memoria di Luca, perché dove c’è amore c’è vita. Sempre.
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Ci sono tanti mondi, alcuni conosciuti, altri meno. Il mondo dei bimbi luccicanti è uno di questi ancora inesplorati chissà perché.
Mi chiamo Nina. Credo che il mio secondo nome sia Quieta, dato che me lo urlano di continuo i miei genitori quando arrivo come un fulmine a ogni scampanellio o bussar di porta. Comprendo che il mio modo non sembri morbido all’udito, ma esula dal mio controllo, è la mia razza, sono fatta così.
— Quieta Nina, quieta!
Non mi dispiace perché spesso a ogni burbero richiamo segue una carezza affettuosa che mi fa sentire amata. Nina Quieta, figlia adorata di Fabiana e Fabrício, sorella perdutamente innamorata di Luca. Almeno nell’anima: diversamente non potrebbe essere dato che io sono un cane, loro sono umani. E di questa razza sono due splendidi esemplari, pieni di calore e rispetto, ai miei occhi e a quelli del mondo, unici. Forse per questo motivo sono stati scelti per essere i miei genitori e ancor di più di Luca.
Le nostre razze in fondo non sono così diverse, come sento dire. Io, tutte queste differenze, onestamente non le vedo. Forse sarò strana o forse sono un cane per cui so distinguere ciò che è importante da ciò per cui basta sollevare una zampetta e andare oltre. Io mangio, dormo, gioisco e mi rattristo come loro. E come loro adoro farmi coccolare e strapazzare di abbracci, ho bisogno di calore e contatto, ricambiando con i miei modi canini: lecco, struscio, scodinzolo, abbaio e scuoto il pelo. A volte li faccio ridere scivolando sul pavimento e scuotendo il ciuffo che mamma mi pettina in modo ridicolo. Ognuno ha il proprio modo di far sentire amore e presenza.
A volte mio fratello piange: quando succede, intorno a lui si radunano velocemente gli adulti concitati, spesso spaventati.
Forse basterebbe che si ricordassero che i bambini spesso sono anche tristi, annoiati, stanchi. Io lo capisco perché mi basta un’occhiata di sguincio: tra fratelli succede questo. Mi guarda fisso e tira le labbra e io capisco. E a modo mio porto aiuto, saltellando o distraendo mamma che in viso spesso ha un’espressione terrea.
Nella sua camera ci sono pupazzi strani, colorati e allegri, aggiunti dopo il suo arrivo, un piccolo pianoforte che Luca massacra cercando di creare un nuovo genere musicale, uno xilofono e tanti libri di fiabe. Ci sono anche scatole di medicine, tubi e strane macchine che emettono suoni poco simpatici. A volte un bip particolare fa accorrere mamma. Comprendo che ha paura perché si muove di scatto, le tremano le mani.
Ogni tanto mi sdraio in corridoio a fianco delle mie bellissime ciotole di acciaio lucido. E ci vedo il riflesso di mamma seduta al tavolo. Con le mani lunghe e magre si copre il viso e poi le fa scorrere sui capelli neri. Gli occhi sono lucidi. Papà arriva e le cinge il collo e restano in silenzio. Poi tante parole arrivano ad abitare quel silenzio.
Parole come paura, preoccupazione, oggi, malattia, domani, morte, fatica, aiuto, il mio bambino.
La voce di mamma è rotta quando le pronuncia.
Comunque, Luca è davvero carino. Lo dico perché sembra un angioletto come quelli del libro di preghiere che mamma tiene sul comodino: i riccioli biondi incorniciano un viso roseo e paffuto, e il nasino è bello come quello di mamma. È un bimbo intelligente, silenzioso, assorto nel suo mondo fatto di luci colorate e abitudini che scandiscono la giornata. Ha un profumo speciale, sa di torta di mele e vaniglia. Quando mi accuccio ai piedi del suo lettino e riesco a lambire una manina grassottella mi sento in pace, come se stessimo mano nella zampa.
Sebbene non parli con mamma usando parole, lo fa in modo diverso, magico. Si chiama la lingua dei cuccioli, fatta di odori, pelle e carezze. E la conoscono solo loro due. Lui non ama parlare con gli umani. Credo che sia proprio un bambino speciale. Noi due, nel silenzio della sua camera, parliamo di tutto. Da quando è nato abbiamo un modo tutto nostro di comunicare, un alfabeto del cuore. Un suono lungo e prolungato di tono basso significa: “Tutto ok sorella!”. Con tanti piccoli suoni acuti Luca grida: “Wow, fantastico!”.
Poi ci sono le variazioni di melodia: ne stavo imparando una quando Luca è uscito di casa per l’ultima volta…