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31.10.2012  |  Giuseppe Ceretti

Silenzio stampa sulle cure palliative

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A proposito di silenzio. Tra i molti significati troviamo “Il fatto di non dare notizie di sé” e “oblio, dimenticanza” ovvero “passare qualcosa sotto silenzio” quindi “non farne menzione”, “tralasciare di parlarne”. La declinazione del sostantivo abbandona in questo caso il sentiero della mancanza di suoni per inoltrarsi nello spazio della memoria quale atto consapevole.

Tali sono i pensieri dinnanzi alla polemica suscitata da un’improvvida dichiarazione di un uomo politico: “Ricoverare un malato inguaribile in hospice è un atto di crudeltà che equivale a dirgli: sei morto”.

La replica nel merito non si è fatta attendere, innanzitutto per bocca di Luca Moroni, presidente della Federazione cure Palliative.

C’è tuttavia una questione di metodo e quindi di modo d’informare che va ben oltre il singolo caso e la banale semplificazione offerta da chi, ce lo auguriamo, voleva forse dire altro.

Perciò, da vecchio giornalista, non posso che riflettere sulle belle parole scritte a proposito da Luigi Ripamonti sul Corriere di domenica 28 ottobre.

Se molti non sanno che cos’è un hospice è anche colpa nostra, che non ne parliamo abbastanza… gli hospice non sono luoghi di morte, ma contesti in cui le persone possono avvertire di essere considerate vive nonostante una malattia che non può essere più guarita… Sono luoghi di morte, invece, quelli in cui i malati terminali vengono dimenticati senza terapie che li aiutino a soffrire meno e a vivere con la maggiore dignità possibile fino all’ultimo dei loro respiri.

Ecco che cosa genera il “silenzio”, non a caso evocato nel titolo dato dal Corriere alla nota di Ripamonti (Il silenzio sulle cure palliative) quando di trasforma in oblio, nella cancellazione per paura, per vergogna.

In una società che ci fornisce notizie e soprattutto immagini in ogni istante da ogni parte del pianeta che ci piace conoscere (mentre scrivo so quanto accade minuto per minuto in ogni quartiere di New York devastata dall’uragano) non sappiamo parlare né rispettare la morte e dunque la vita.

Forse quell’uomo politico non sa che l’atto di crudeltà di cui parla è un estremo atto d’amore quando le circostanze non consentono le cure domiciliari che Vidas offre gratuitamente giorno dopo giorno a centinaia di malati, assistiti nelle loro case, tra i loro cari.

Forse non sa che le cure palliative sono la risposta contestuale a tanti problemi che insorgono nel malato terminale (medico, psicologico, assistenziale).
Non sa quante mani si tendono per lenire le loro sofferenze e quelle dei familiari.
Non sa per colpa del silenzio di noi che dovremmo informare, mentre diffondiamo a piene mani eccessi di rumore, riparati dal comodo “così fan tutti” o “così vuole la gente”.

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