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21.05.2015  |  Eventi e iniziative

Una riflessione a più voci legata al tema del cibo nel tempo del morire

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Nel dolore e nella morte siamo tutti fratelli”, chi più di noi di Vidas verifica questa frase nel quotidiano lavoro accanto a chi sta morendo. Siamo tutti fratelli, ma non tutti uguali. Il bagaglio culturale, educativo e esperienziale che ognuno di noi si porta dentro lo fa persona, individuo unico e straordinario. Il nostro percorso è sempre stato caratterizzato, anzi, fondato sul rispetto della dignità umana ed è anche in questa dignità che scopriamo mondi diversi. Un percorso che negli anni si è trasformato in confronto, ricerca, dialogo. Su questa strada vogliamo proseguire ed è per questo che anche quest’anno abbiamo deciso di proporre, anche in onore della manifestazione internazionale che la nostra città ospita, una riflessione a più voci legata al tema del cibo nel tempo del morire. Un cammino tra culture “altre” e arte.

Il cibo nel tempo del morire

Di seguito trovate alcune anticipazioni dei temi che verranno trattati nel corso dell’incontro, a cui si aggiungerà un excursus finale sull’arte legata a questa tematica a cura di Philippe Daverio. Buona lettura e vi aspetto il 26 maggio.

Se il cibo ha un ruolo centrale in tutti i rituali funebri, per l’Europa l’ascendenza immediata del banchetto è il paganesimo latino, rispetto al quale la neonata chiesa cristiana cercò, non potendo sopprimerlo, di contenerne gli aspetti più deteriori, quando la cerimonia finiva per assumere i tratti di un autentico baccanale, con livelli di ebbrezza preoccupanti.

Niente che esuli peraltro dalla funzione primaria del rito funebre che “si ritrova in ogni cultura, ad ogni latitudine ed epoca ed è solo in seconda battuta legata al bisogno di onorare il morto e rimuoverne il cadavere.- spiega Marina Sozzi – L’urgenza originale è la riaffermazione della vita che continua”.
Questo rito collettivo è andato perdendosi – ma nel Sud d’Italia così come nell’Est europeo, a partire dall’Albania, è ben vivo – con la sensazione di una carenza di rituali che ci lascia un po’ svuotati. Confermandoci indirettamente come “i riti funebri sono strumenti per non morire e non annichilirsi”, chiosa Marina Sozzi.

Nell’ebraismo, religione del fare e della prassi, maestra perciò nel moltiplicare prescrizioni e regole di comportamento all’interno delle quali il cibo ha un ruolo principe, questo senso profondo emerge nella tradizione che vuole inizi con lenticchie e uova il primo pasto servito a chi è in lutto: “Tonde e lisce e senza bocca – spiega Anna Callow – Chi porta il lutto infatti non risponde al saluto e non saluta per primo e, dunque, non ha bocca. Altra interpretazione vuole che la rotondità dell’uovo rimandi alla ruota della vita, che porta a tratti gioia e a tratti dolore”.
Ancora: chi è in lutto non deve mangiare cibo che gli appartenga, ma soltanto offerto da parenti e vicini, elemento che sembra rilanciare l’idea, già alla base del banchetto, della romanità, di una comunità piccola e coesa, toccata dalla perdita nella sua interezza.

Nella religione islamica si ritrova intatta la stessa dimensione di convivialità, segno, spiega Paolo Branca, che “ogni tradizione religiosa accompagna e orienta i propri fedeli nei momenti salienti dell’esistenza e tra questi spiccano generalmente i momenti cosiddetti di passaggio, dalla nascita fino al termine della vita biologica”.

Il cibo ha sempre segnato e caratterizzato la storia dell’umanità – sottolinea Massimo Salani – non a caso, tutte le religioni conoscono una normativa alimentare che può essere molto articolata (la cucina kasher come le prescrizioni dei cristiani ortodossi) oppure assai blanda (quali sono la cucina di cristiani cattolici e soprattutto riformati). I fedeli di ogni credenza religiosa dovrebbero familiarizzarsi con un lessico gastronomico capace di veicolare il messaggio di fede in ogni momento della vita umana. Anche nei momenti di dolore. Anche per balbettare qualcosa sull’aldilà. E noi ci occuperemo di questo ultimo aspetto.

Tema speculare è il cibo alla fine della vita, strettamente legato all’attività quotidiana di Vidas. “Quando accade, nello stadio avanzato di una malattia terminale, che il malato perda l’appetito (ne ha parlato anche Giada nel suo post), lo shock dei familiari è enorme e profondo. – conclude Marina Sozzi – È il segno che la vita si sta ritirando e la morte è entrata in quel corpo. I palliativisti conoscono bene la necessità di cibo di qualità anche alla fine della vita: significa preservarla con i suoi piaceri, anche per il paziente incurabile, fino all’ultimo”.

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