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21.10.2015  |  Operatori

Una storia di tanti anni fa

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Questa storia è di tanti anni fa: ero da poco entrato a far parte di VIDAS. Ci sono palazzi nei quartieri periferici di Milano che già da lontano annunciano il loro degrado, spesso al degrado esteriore viene contrapposta la grande dignità di chi ci vive, di chi ogni santo giorno lotta per non esserne travolto. In questo caso non è andata così.

Case di periferia

Michele da molti giorni non si alza più dal letto: “ le gambe non rispondono” mi dice.
Ha poco più di settant’anni ma ne dimostra cento, qualche capello lungo e bianco scivola sul volto fino a confondersi con la bianca barba incolta ingiallita dalla nicotina, l’ombra degli zigomi allunga l’incavato volto, le folte sopracciglia, la luce della lampadina fissata a pinza sulla spalliera del letto sopra di lui nasconde gli occhi nella zona d’ombra rendendolo inespressivo nel suo grande letto matrimoniale che occupa gran parte dell’unica stanza in cui vive con la moglie.

È la moglie che si prende cura di lui, anche lei dimostra cento anni, la lunga vestaglia di ciniglia a fiori è chiusa in vita da una cintura di cuoio. Sulla vestaglia ci sono le tracce dei numerosi sughi che deve aver cucinato senza preoccuparsi troppo degli schizzi, i lunghi capelli dai molti colori sono raccolti e infilati in una calza di filanca adeguatamente annodata, tra le labbra un mozzicone di sigaretta acceso, gli occhi arrossati dal fumo cercano di mettermi a fuoco, ai piedi ciabatte spaiate.

Appoggiato alla pediera del letto un tavolo in formica verde, sopra, accanto al cartone del vino un piatto, nessuna tovaglia, un posacenere colmo, sulla sedia lenzuola da stirare.
L’odore di fritto, misto all’odore di piscio, riempiva l’aria quasi quanto quello del fumo.

La parete accanto al letto è interrotta dalla porta del bagno che non ho visto, da lì parte una parete in compensato a tagliare in sbieco la stanza fino alla parete di fronte al letto, al cento un’apertura che permette di entrare in quello che è un vero e proprio angolo cottura, la tenda scostata lascia intravedere il lavandino e i due fornelli appoggiati al marmo, sotto, la bombola del gas è nascosta dalla stessa tendina che separa i due ambienti.

Nessuno aveva voglia di parlare, mi infilo tra il comò e il letto per dare la mano a Michele che non risponde al mio gesto.
Michele stava fumando, fumava con quell’abilità rara di chi riesce a farlo senza far cadere la cenere,
reggeva il filtro con dita ossute, color del mogano, rispondeva tra una boccata e l’altra a monosillabi, tutto impegnato com’era, a tenere verticale la sigaretta.
La moglie, un po’ più loquace, mi ha raccontato di loro, dei loro problemi, infiniti, dei loro bisogni, tanti, delle possibili soluzioni, poche.

Mi offre un caffè che rifiuto, mi lascia solo con Michele e va a trafficare nell’angolo cottura cercando di accendere il fornello imprecando contro il mondo e il fornitore di bombole. Michele non pare interessato a ciò che gli dico mentre accende un’altra sigaretta. Dopo aver lasciato cadere con delicatezza la cenere in un piattino accanto alle altre ceneri tira l’ultima boccata.

Me ne vado annunciando il mio ritorno dopo una settimana, nel frattempo avrebbero riflettuto sulla possibilità che avevo ventilato loro di dividere il letto matrimoniale in due letti per rendere più agevole l’assistenza a Michele.

Dopo una settimana torno, busso, il campanello non funziona, dall’interno sento una voce che urlando mi dice di entrare, la porta è aperta mi dice, sono in cucina, Michele sta dormendo!
Entro, appoggio la borsa su una delle due sedie ai piedi del letto, il piccolo tavolo è ancora apparecchiato dall’unico piatto con avanzi di pollo, il solito puzzo.

Michele dorme, accanto a lui una sigaretta accesa appoggiata al piattino pieno di sigarette incenerite, un sottile filo di fumo sale, è ancora intera, la cenere ha ancora la forma intatta come quando era tenuta dalle abili dita di Michele, in quel momento si spegne.

Guardo con attenzione Michele… Michele non dorme.

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