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20.05.2021  |  Cultura

5 anni senza Giovanna Cavazzoni, la nostra fondatrice

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Il 20 maggio 2016 la Signora con la S maiuscola, come diciamo in Vidas, ci ha lasciati. La nostra fondatrice Giovanna Cavazzoni è morta in Casa Vidas, come lei ha voluto, nella sua Casa.

Sono passati 5 anni e ognuno di noi, in modo diverso, la porta con sé. Giuseppe Ceretti, volontario della penna in VIDAS, è stato accanto a lei per tanti anni, una conoscenza professionale (lui caporedattore de l’Unità) presto divenuta amicizia vera fatta di reciproca stima. Per questo, proprio oggi, vogliamo ricordarla con una “lettera a Giovanna” che Giuseppe ci ha inviato lo scorso 12 maggio, il giorno in cui avrebbe compiuto 90 anni.

Giovanna Cavazzoni nel cantiere di Casa Vidas

Un dono che condividiamo con voi perché nelle parole del nostro “scriba”, come si definisce, rintracciamo oltre l’affetto profondo anche il ricordo di Gianfranco Piacentini, letterato e compagno di vita di Giovanna.

Novant’anni, un soffio di vita. Giovanna, non mi va di ricordarti con un epitaffio, anche se amavi le lodi fingendo di respingerle con un vezzo particolare.

Il tuo compleanno coincide con l’atto secondo di una sfida che nemmeno la tua fervida fantasia poteva immaginare. E che è tuttora in atto. Si è scatenato in una delle terre da noi più lontane un terremoto chiamato Covid che si è riverberato in ogni angolo del pianeta. Che ha mutato i ritmi delle nostre esistenze, ha messo in luce le nostre fragilità, ma insieme il coraggio di affrontare una sfida inedita.

So che se ti dicessi che quelli di Vidas ce l’hanno fatta, potresti rimproverarmi e a giusta ragione. Il tempo dell’emergenza non è finito. Tuttavia, a rischio di subire i tuoi rimbrotti, lascia che ti dica con quanta forza la tua creatura sia stata capace di far fronte a una tale complessità senza rinunciare alle coordinate principali del tuo agire d’una vita, a partire dall’assistenza domiciliare.

Qualche settimana fa il tuo amico di scrittura ha assistito all’annuale assemblea di bilancio, un rito spesso burocratico che tu ben conosci. Lasciami dire che anche in quest’occasione la retorica dei fatti e delle cifre si è trasformata in un viaggio entro una creatura viva, pulsante e non una litania di date e cifre fa ripetere stancamente.

C’era in quelle voci, non a caso in larga prevalenza al femminile, il tono di chi si è dato da fare. Le “ragazze” che mille volte hai invocato dalla stanza del corridoio, hanno risposto per te presente, dalle rispettive postazioni. E con quella gioia del fare che non è merce diffusa in simili circostanze dove solitamente sono le cifre a farla da padrone.

Altrimenti non si capirebbe la soddisfazione che il vecchio scriba ha letto nei volti del presidente de Bortoli che tu hai coinvolto e voluto cinque anni fa alla guida di Vidas,  in quello della Fondazione Mario Usellini, del segretario generale Giorgio Trojsi.

Il tuo amico di sempre, come ben sai, è un grande impiccione.
Si è così messo a rovistare nella tua sterminata eredità cartacea e ha trovato una lettera e dei versi a te dedicati.

Li ha scritti Gianfranco [Piacentini] 40 anni fa e voglio che tu, dovunque sia, li rilegga con noi.


La lettera
Sto sereno sul fiume e però stanco. E i silenzi aderiscono alla riva. Tenere canne azzurrine fanno pensare a vene giovinette.
Guardo con i tuoi occhi. Davanti ho un cespuglio arruffato, verdissimo, che s’insabbia.
Vedo formiche in marcia. E scopro che ognuna, incontrandosi con l’altra che viene in senso opposto, si arresta un attimo: sembra si guardino e si comunichino con le antenne non si sa quante e quali cose.

Noi, quando ci si incontra con il nostro prossimo, l’uno rasente all’altro, l’uno vicino all’altro, in un tram o in treno, non sappiamo nulla di chi ci rasenta, di chi ci è vicino. Sappiamo solo quello che si può capire o intuire attraverso lo sguardo.

Di solito una muraglia ci divide, impenetrabile; eppure talvolta si vorrebbe sapere tutto l’uno dell’altro. Ora mi accorgo che questo desiderio si è quasi perduto, forse per la presunzione di apparire più di quello che si è veramente.

Ti ho conosciuto e mi sono fermato a guardarti. Anche tu ti sei fermata a guardarmi, tu che sei fatta dei miei sguardi. Innumerevoli partono, da ogni lato e s’incrociano e sovrappongono onde di visione, di attenzione, di amore creativo.

Ho sempre pensato che a desiderare cose troppo perfette si finisce per trascurare i piccoli traguardi che invece si potrebbero raggiungere.

Ma su tutto vince una gran voglia di sapere, di carpire le segrete angosce, la malinconia di un risveglio mancato. A quale abisso può giungere il cuore di chi ama.

Vuol dire che ti voglio bene, se c’è in me la volontà di difenderti dai fantasmi nel cerchio delle mie braccia? Cerco il nodo delle nostre dita: anticipa l’oro di un amore troppo atteso.
Luglio 1983

I versi
Ho rincorso nel cielo
 il mutar di una  nube al tramonto:
dolce contorno di una rosa infocata
che la corsa improvvisa del vento ridisegna
in grigio balzo di zebra
A noi pure così:
da assolute armonie
in deserto di echi
di colpo la vita
trasforma
Ma gli angeli azzurri
nel buio son lì:
lucciole pronte
nel volo
a riaccendersi in stelle
6 gennaio 1984

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