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12.09.2012

Capita

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Capita, sempre meno ma capita che ci chiedano di entrare in una assistenza sotto copertura, non dobbiamo dire che apparteniamo a Vidas.

Tanti anni fa, prima che ci fossero i palmari, fui attivato per un paziente con seri problemi di movimento, causati da diffuse metastasi ossee. Sulla scheda, a caratteri cubitali, di traverso, con il pennarello rosso, c’era scritto: NON DIRE VIDAS.
L’indirizzo mi portò in un bellissimo quartiere di Milano, il quartiere dei giornalisti, tante case, alcune ville, tutte molto eleganti con molto verde attorno.
Il palazzo è di due piani, due appartamenti per piano, un portone di cristallo, pulitissimo, sulla destra l’ottone del citofono, lucidissimo anche quello; abituato a cercare nomi su citofoni che contengono dieci scale, ognuna delle quali almeno dieci piani, ogni piano almeno quattro appartamenti, trovo in un attimo il nome e suono…

“Si plonto” sento rispondere. Riconosco subito l’inflessione filippina, inconfondibile…..
“Sono il fisioterapista” dico piano… Nessuna risposta, solo tlac e la serratura che mi autorizza ad entrare.
Contemporaneamente nell’androne si apre una porta e spunta il volto di un filippino sorridente.
Con passo deciso mi avvio verso di lui, mi sono calato nella parte dell’agente segreto, non ho mai visto agenti segreti avanzare titubanti…
“Sono il fisioterapista” ripeto sottovoce, quando gli sono davanti…
“Plego signole”, mi dice lui scostandosi per farmi entrare.

Ricordo bene il deambulatore appoggiato ad una parete dell’ingresso e tanta tanta luce, l’arredatore aveva previsto solo due colori, il bianco e il beige.
Seguo le indicazioni del domestico ed entro in una grande stanza con un letto al centro, la poltrona accanto è occupata da un anziano signore, vicino ai 90anni, canuto con un bel pigiama beige…
Mi sente entrare, abbassa ulteriormente gli occhiali da lettura e mi squadra…
Resto qualche attimo nel suo mirino e prima che io dica nulla ecco la sua domanda perentoria: “E lei chi la manda?”
Rispondo pronto, “L’ospedale, mi chiamo Mauro e faccio il Fisioterapista” dico io tutto d’un fiato.
Si spinge in avanti, si appoggia ai braccioli, con grande fatica si alza appoggiandosi poi a due tripodi per stare in piedi e con un tono che poco si addice all’età esclama: “Buoni quelli, non ha idea di quanti ne abbia conosciuti, tutti a dire: faccia questo, faccia quello, ma guardi il risultato, le mie articolazioni sono rigide, se si piegano non si raddrizzano, se le tengo dritte, non si piegano e i dolori mi fanno compagnia da anni giorno e notte”.
“Cosa le hanno consigliato i medici, non prende farmaci?” dico in tono conciliante.
Si lascia cadere pesantemente sul letto ed inizia ad imprecare contro la classe medica che sa solo dare medicine, che ti raccontano mille storie per spillarti soldi ma poi i problemi restano…
Pausa di silenzio poi d’un fiato dico: “È il punto di vista che va cambiato”
“In che senso?” mi dice lui.
“Sicuramente le sue articolazione le fanno male, quando si muove, ma altrettanto sicuramente la qualità della sua vita non dipende solo dall’avere articolazioni e movimenti più fluidi, ci pensi un attimo prima di rispondere”.
… “In effetti, se rinunciassi a rincorrere una chimera forse potrei trovare momenti di benessere slegati dalla prestanza fisica“.

Sulle sue ultime parole squilla il mio cellulare, quello che abbiamo in dotazione per comunicare tra noi operatori Vidas. “Dove sei finito?” Mi chiede la voce dell’infermiere che mi ha segnalato il paziente che sto visitando.
Sono qui accanto al paziente che mi hai detto di valutare“.
Perplesso mi risponde: “Mi hanno appena chiamato per dirmi che un fisioterapista, circa 15 minuti fa ha suonato il citofono ma poi non è mai salito“.
“Salito?” Esclamo io, “Dio mio, ho sbagliato paziente!” e riaggancio senza dare spiegazioni.
Ora cosa dico a questo burbero vecchietto arrabbiato con i fisioterapisti e la classe medica in generale?
La verità.

Il paziente mi ascolta serio, gli spiego dell’equivoco, che al primo piano c’è un signore che mi sta aspettando, che sta molto male, che ora vado su, l’invito a fare buon uso del consiglio che gli avevo appena dato. Gli chiedo scusa ancora, prendo la sua mano deformata dall’artrite e la stringo delicatamente…. sento il suo sguardo che mi osserva mentre accompagnato dal domestico mi avvio verso la porta.
“Glazie signole, buona sela” mi dice il domestico filippino sorridendo mentre apre la porta per farmi uscire…
Dalla camera da letto si sente: “Torni a trovarmi se può! Mi sa che lei non viene dall’ospedale“…
Sorrido e gli rimando: “Va bene, ci conti!”

Salgo di corsa al primo piano, sulla porta mi aspetta un domestico sorridente, filippino, del tutto identico a quello che aveva pochi attimi prima chiuso la porta al piano terra, quasi mi fermo.
“Plego signole” mi dice indicandomi l’ingresso.
Rimango a guardarlo, forse troppo, poi guardo giù dalle scale e poi ancora lui che legge la mia perplessità.
“Mio flatello gemello signole… plego si accomodi”.
Entro, l’ingresso è in penombra, tutta la casa è in penombra, le tapparelle sono abbassate, qui la vita se ne sta andando…

Forse è vero che i fratelli gemelli comunicano telepaticamente…
Forse è vero che con l’esperienza di oggi non sbaglierei più…
Forse è meglio dire sempre la verità…
Forse…

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