di Ilaria Turba
Sono tornata a lavorare con VIDAS e con gli studenti della scuola superiore in un progetto nato sulla scia di una prima esperienza, tenutasi nella primavera 2024, con un piccolo gruppo di ragazze e ragazzi provenienti da più licei. Il percorso laboratoriale era sfociato in un’installazione aperta al pubblico nell’ambito del festival culturale VIDAS, INCONTRO, nel 2024. Il tema era lo stesso del festival: paura e libertà.
In questo secondo ciclo abbiamo voluto far crescere l’esperienza allargando il lavoro a due gruppi classe -una quarta e una quinta- e prevedendo una durata di creazione più lunga. Abbiamo scelto di lavorare con il dipartimento sociosanitario del Galilei-Luxemburg di Milano, creando un dialogo più stretto con le professionalità di VIDAS.
Come artista, il mio ruolo nel progetto è quello di accompagnare ragazzi e ragazze, in questo contesto senza competenze artistiche, in un laboratorio esperienziale e multidisciplinare. Attraverso vari linguaggi – quello visivo della fotografia e del disegno, quello della parola, scritta e parlata e quello dell’espressione corporea – ho costruito un percorso che dal tema “paura e libertà” e dall’archivio del progetto precedente potesse condurre ragazze e ragazzi ad esplorare il tema della cura in tutte le sue sfaccettature.
Il percorso si è snodato in tre contesti diversi dove vivere esperienze specifiche: VIDAS, la loro scuola e il Centro Teatro Attivo, spazio dedicato alla formazione e alla creazione artistica.



L’incontro all’interno di VIDAS è stato il punto d’inizio: era importante mostrare cosa VIDAS fa e cosa accade negli spazi di cura, attivando un dialogo con operatori dei due hospice, che ogni giorno sono a contatto con i pazienti. Abbiamo vissuto momenti molto toccanti, che hanno fatto emergere riflessioni particolarmente profonde. Una delle prime domande di una ragazza a una psicologa è stata: Chi si occupa di voi? Cioè, voi vi occupate degli altri, ma chi si occupa di voi? Una domanda di grande sensibilità, che racconta una capacità di immedesimazione rispetto a un possibile futuro professionale.
A scuola e al Centro Teatro Attivo abbiamo costruito set fotografici dove ragazzi e ragazze hanno creato delle immagini usando le mani e i loro corpi. Con la parola abbiamo lavorato per creare frasi in grado di trasmettere quanto emerso.
Come tutti i percorsi, sono il processo e la partecipazione a guidare il lavoro e il risultato si chiarisce in itinere, spesso in modo sorprendente. Avevo immaginato di creare collettivamente dei diari: un contenitore personale dove far confluire tutte queste tracce raccolte (immagini, parole, disegni) che restasse a loro come spazio di scrittura, creazione e stimolo anche al termine del progetto.
Durante il percorso è invece emerso dai ragazzi stessi il desiderio di regalare ‘qualcosa’ agli operatori di VIDAS, per questo stiamo lavorando anche a una restituzione in forma di dono. Questa seconda esperienza, a tratti spiazzante, ha confermato la capacità dei ragazzi, che vivono in un tempo complesso e pieno d’incertezze, di far emergere la loro voce e il loro sentire.
La forza e la bellezza di questo percorso fioriscono dalle loro fragilità. I ragazzi e le ragazze hanno osservato e sono entrati in empatia con le esperienze di fine vita in modo straordinario, mi viene da dire “senza paura”, viaggiando poi più in profondità dentro loro stessi e cogliendo questa esperienza come una preziosa occasione di crescita.
Questo articolo è tratto dal Notizario “Insieme a VIDAS”.
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