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09.07.2012  |  Silvia Vegetti Finzi

I piaceri del tatto, il più vero dei sensi

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Domanda: quando andate a comprare un abito, palpate sempre il tessuto, ne saggiate la consistenza o la morbidezza? Se non siete del mestiere, probabilmente vi bastano colore, taglio e lasciate ai pochi esperti il piacere della palpazione. Al più uno sguardo all’etichetta che già dice tutto sulle fibre che compongono la stoffa. Un mondo predeterminato condanna il tatto a una funzione residuale.

Ma è davvero così? Nella terza puntata dell’itinerario nel più discreto dei sensi, Silvia Vegetti Finzi ci fa incontrare illustri personaggi, da Aristotele a Platone, da Freud a Galeno sino a Tommaso che tocca la ferita del Cristo e solo a quel punto crede nella sua resurrezione.

Il tatto […] è stato sinora risparmiato sia dalla dissipazione sia dalle querele perchè non offre nulla da comprare e da vendere.

[…] Il tatto, il più discreto dei sensi, non partecipa di questa mercificazione, restando per lo più relegato nella nicchia del privato, dell’intimo, del sensibile, del non dicibile. A rischio di andare perduto, di scomparire insieme a quella dimensione di naturalità che, continuamente evocata, sbiadisce nella mancanza di significato e di senso.
Di fronte alla prorompente avanzata dei fratelli maggiori, il tatto sta diventando un senso in via di estinzione, meritevole come tale di essere tutelato e valorizzato.
Ignorato dalla società perchè considerato superfluo, emarginato dalla mente come irrilevante, viene per lo più riservato ai competenti: a coloro che valutano i tessuti, i cosmetici, gli alimenti, la gradevolezza degli oggetti d’uso.
Oppure ai medici che ancora ricorrono, proseguendo una plurisecolare tradizione, alla palpazione del corpo malato.
L’oncologo Umberto Veronesi, ad esempio, sostiene che nella diagnosi dei tumori al seno le rilevazioni più probanti non provengono dai rilievi tecnici, sempre più sofisticati, ma dalla semplice, diretta palpazione dell’organo.
Se ancora oggi il tatto è necessario alla sopravvivenza o per lo meno all’incolumità, ancor più doveva esserlo in passato, quando il rapporto dell’uomo col mondo non era predeterminato, il suo habitat già organizzato, il suo benessere socialmente tutelato.

[…] Nel De anima, Aristotele considera il tatto una facoltà nutritiva e accrescitiva, finalizzata alla sopravvivenza dell’individuo e della specie, che tutti gli esseri viventi possiedono e che pertanto non è specificamente umana.
Sorprendentemente attribuisce però al tatto il piacere sessuale. Qual è il senso di questa inattesa connessione? Certo non di valorizzare il tatto, ma di svalutare la sessualità. Degradando il piacere sessuale alla semplice funzione tattile, Aristotele intende infatti purificare l’anima, che Platone considerava attivata dal desiderio erotico e perturbata dalle sue contraddizioni, per consacrarla, così sublimata, al servizio delle istanze superiori, la conoscenza e la virtù. Un’operazione teorica decisiva che separa e contrappone anima e corpo, che sarà confermata da Galeno e accettata per secoli dal pensiero filosofico e scientifico dominante.
Dovremo attendere Freud perchè alla sessualità venga riconosciuta la funzione energetica che le attribuiva Platone, perchè si ammetta che il pensiero emerge dal substrato delle pulsioni sessuali tramite il desiderio, in una commistione di psiche e soma mai risolta una volta per tutte.
Per Aristotele invece l’anima può o meglio deve svincolarsi dalla sessualità per guidare l’uomo verso la sua più alta realizzazione.
A tal fine i piaceri sessuali vengono non solo attribuiti esclusivamente alla sfera somatica della persona, ma addirittura relegati al tatto, una funzione vegetativa che attribuisce loro estraneità psichica e inferiorità morale.

[…] Proprio perchè facilmente debordanti dall’ambito della natura cui appartengono, per i Medioevali i piaceri del tatto – gola e lussuria – rappresentano i peccati della carne per eccellenza. Però il tatto non è colpevole in sè in quanto, essendo una funzione vegetativa, quindi automatica, è innocente come il respiro o il battito del cuore. Può però diventare riprovevole quando smarrisce la continenza dei limiti, quando le sue funzioni vitali vengono oltrepassate dalla ricerca del piacere fine a se stesso.
Tuttavia, per quanto degradato, forse perchè degradato, il tatto mantiene per Aristotele un rapporto privilegiato con la verità. In generale i sensi non mentono perchè rinviano dati diretti, obiettivi, reali.

[…] Poichè la funzione dubitativa del tatto è minima, si può concludere che esso è il più vero dei sensi. Secondo il Vangelo di Giovanni, Tommaso pretende di toccare con mano la ferita sanguinante del costato di Cristo per credere veramente alla sua resurrezione, un fatto che pure percepisce direttamente dinnanzi a sè con gli occhi.

Si tocca con il corpo e con la mente. Ne parleremo nel prossimo post.

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