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11.02.2013  |  Operatori

Il rimorso di non essere stati all’altezza

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Nei momenti difficili vorremmo essere sempre al meglio e spesso rimane il rimorso di non essere stati all’altezza. “Avremmo dovuto fare di più!” ci diciamo… ma forse, la cosa fondamentale ed essenziale è essere stati lì in quel preciso istante… Di seguito l’esperienza che ha voluto condividere con noi durante il progetto di Medicina Narrativa (di cui potete rileggere qui il primo racconto) una nostra volontaria, Marina.

Ero appena arrivata all’hospice Vidas, per il mio turno di assistenza del mattino, quando un’infermiera mi è venuta a chiamare perché la dottoressa voleva che andassi nella stanza Dalia. La paziente lì ricoverata, signora Valeria (nome di fantasia), pur essendo consapevole di essere allo stadio terminale della malattia, nonostante i dolori, il malessere diffuso e gli attacchi di vomito incoercibile, non voleva essere sedata, quindi la dottoressa le offriva, come aiuto, la presenza di un volontario. Rimasta sola nella stanza con la paziente, dopo qualche parola di presentazione, l’ho invitata a mettersi tranquilla, a riposare senza badare a me che le avrei fatto sentire la mia vicinanza prendendole, se le faceva piacere, la sua mano nella mia.

Dopo poco la signora Valeria apre gli occhi, mi guarda e mi dice: “Sai, io nella mia vita sono stata sempre molto curiosa di conoscere, di sapere, di provare… come potrei, adesso che mi sta succedendo una cosa così importante, lasciarmela scappare? Sono troppo curiosa di sapere come si fa a morire. L’unica cosa che temo è di non farcela ad aspettare, spero non duri troppo questa agonia, secondo te quanto manca?”. Le ho risposto che non lo sapevo e il mio sguardo sgomento l’ha molto divertita, tanto che si è messa a ridere e ha detto: “Lo so che non puoi saperlo, è che ho paura di non farcela ad aspettare”.

Era stata insegnante di inglese la signora Valeria e, ogni tanto, apriva gli occhi e, in inglese, dava l’addio… al cielo, agli alberi, agli uccelli, alle cose che vedeva e sentiva al di là della finestra; io aggiungevo: “see you later”. Allora mi guardava e mi spiegava come lei si immaginava che fosse l’aldilà e mi chiedeva come l’immaginassi io. Poi smorfia di dolore, agitazione, occhi che si spalancano e mi chiedono: quanto manca? E il mio sguardo angosciato senza risposta, risate; una delle cose che ricordo della signora Valeria è la quantità di risate che ci siamo fatte. Mi chiedeva: “Stanno diventando nere le mie unghie? Mi assopisco con frequenza? QUANTO MANCA?” E risate all’assurdità della domanda. Poi, nel silenzio e nell’immobilità  ogni tanto stringeva la mia mano, mi guardava e mi diceva: “Mi aiuta molto averti vicina, non ce la farei se tu non ci fossi”. Il mio turno era finito da un pezzo, ma chi mai avrebbe potuto lasciare quella mano?

Aveva sete la signora Valeria, una terribile sete che cercavo di placare bagnandole ogni tanto le labbra e la lingua con un fazzoletto inumidito; poi ha voluto assolutamente bere, solo un goccio, per favore… e al goccio è seguito un attacco di vomito irrefrenabile e convulso. L’infermiera accorsa le ha proposto, ancora una volta, una sedazione temporanea, per toglierla da quell’angoscia e approfittare anche per liberare l’intestino, altro problema che l’affliggeva. E la signora Valeria ha detto: “Sì, basta, fate quello che volete”.

Mentre si armeggiava nella stanza per preparare la sedazione io cercavo di allentare la tensione scherzando e, di questo, mi rammarico ancora molto. Ripensando al suo sguardo che andava serio e profondo nei miei occhi, mi rimprovero di non essere stata con lei: in quel momento avrei dovuto essere meno scherzosa e più seriamente partecipe. Ogni volta che ripenso alla signora Valeria, e capita spesso, le chiedo perdono di questo.

Dopo qualche risveglio, sempre meno lucido, la signora Valeria è deceduta, sedata, il pomeriggio di 2 giorni dopo.

See you later…

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