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30.11.2020  |  Volontari

La mia storia di dolore e rigenerazione.

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Il 5 dicembre è la Giornata Mondiale del Volontariato, quel volontariato che è anima e identità profonda della storia di VIDAS.

Vogliamo celebrare insieme questa giornata condividendo l’intervento di Caterina Giavotto, storica volontaria che a settembre ha portato la sua storia al Festival “Il Tempo delle Donne” presso la Triennale di Milano.

La sua è una storia di dolore ma anche di rigenerazione, un cammino che le ha permesso di vedere la sua vita da una prospettiva diversa.

“Ho incontrato il Buddhismo da bambina – esordisce Caterina nel suo intervento – e li è iniziato per me un percorso personale, in cui la riflessione sull’impermanenza e sulla morte è stata sempre molto importante. Poi con il passare degli anni ho iniziato a coltivare il desiderio e l’idea di dedicarmi alla relazione d’aiuto, in particolare nel fine vita, cioè accanto ai malati inguaribili, perché pensavo che lì ve ne fosse particolarmente bisogno. Così, dodici anni fa, ho incontrato VIDAS, un’Associazione che a Milano ormai da quasi quarant’anni si occupa di assistere in modo completo a gratuito i malati inguaribili, sia a domicilio sia nell’hospice adulti e bambini, e ho iniziato a fare la volontaria assistenziale. Mi si è aperto un mondo, perché ho capito che quella era la mia grande occasione per mettere in pratica tutto quello in cui avevo sempre creduto, che avevo sempre ritenuto importante”.

Caterina si è poi ammalata, ma quella è stata per lei l’occasione di trovare la forza di cambiare, e come lei stessa afferma :


“ho avuto dei problemi di salute, sono stata operata più volte per un tumore, e tre anni fa ho deciso di cambiare totalmente vita, di lasciare il mio lavoro, per dedicarmi completamente all’assistenza, sia attraverso l’attività di volontaria accanto ai malati inguaribili, sia attraverso la creazione di percorsi di formazione basati sulla consapevolezza del vivere e del morire”.

Il ruolo del volontario è fondamentale, è legato al dono più prezioso che si possa fare, quello del tempo. Che è tempo di condivisione, di unione e reciprocità.

Un rapporto che però deve trovare un forte equilibrio, come evidenzia Caterina: “Nella medicina si parla di “giusta distanza”, a noi nelle cure palliative piace parlare di “giusta vicinanza”. Se sono davanti a una persona malata, devo instaurare una relazione che sia il più possibile vera, genuina, aperta. È anche vero che se io sono troppo coinvolta emotivamente, direi “stravolta” emotivamente, se sono in preda a emozioni incontrollate, questo non serve né a me né all’altra persona. Perché sicuramente se anche io faccio finta di nascondere queste emozioni l’altra persona sente che io sono spaventata, che non ho voglia di stare lì, che ho paura o ansia.

Ci vuole in realtà un buon equilibrio emotivo che però non è una cosa che arriva da un momento all’altro, bisogna coltivarlo nel tempo. In VIDAS siamo facilitati e seguiti perché i volontari seguono una formazione, sia iniziale sia permanente, molto accurata e attenta proprio per essere in grado di stare in queste situazioni così complesse con un buon equilibrio emotivo personale”.

Il legame che unisce i volontari e le persone assistite è uno scambio reciproco, quello che i volontari ricevono è per Caterina più grande di quello danno:

“Io da questa attività imparo tantissimo, dalla solidarietà, la solidarietà vera basata sul fatto che siamo tutti uguali, siamo tutti uguali nella fragilità, nella malattia, siamo tutti uguali davanti alla morte. E imparo tantissimo sulla dignità della vita umana, la vita è degna di essere vissuta fino alla fine, fino all’ultimo minuto, se siamo vivi, abbiamo il diritto di esserlo con la massima qualità di vita possibile, e mi sono resa conto, facendo l’assistenza in VIDAS, che questo è possibile e non sono solo parole”.

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