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26.03.2024  |  Operatori

Come in un quadro di Van Gogh

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Il racconto commosso della storia di Simona Gualdina, fatto da Emanuela Lucchi, l’infermiera che con il resto dell’équipe si è presa cura di lei fino alla fine

Sapeva ascoltare, e sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia.

Alessandro Baricco, Novecento

Volendo stare su un livello soltanto tecnico, Simona aveva una neopla­sia del pancreas in stadio avanzato. Operata nel dicembre del 2020, si era sottoposta a chemio e radiotera­pia per circa tre anni, finché è stata dichiarata non più guaribile. E lei ha accettato.

Il livello tecnico, si sa, è puntuale, di una precisione affilata – ma non racconta quello che ho visto, nella piccola casa, dove ha abitato dopo l’ultimo ricovero. E soprattutto, il livello tecnico non spiega come, ad un certo punto, mi sia magica­mente ritrovata dentro alla cucina caliginosa, virata al seppia, de I man­giatori di patate: dentro al dipinto, potente e mesto, di Van Gogh, che celebra così bene l’unione che c’è, nelle famiglie, quando si vive la fatica – la miseria di una condizione. Nella mia persona­lissima versione del quadro, la con­tingenza che generava la miseria era: sta morendo la mamma. Una condizione che fa stringere tutti – ed erano tutti veramente stretti: miseri e stretti ma non disperati.

Simona è stata un operatrice socio­sanitaria in oncologia e, immagino, dev’essere stata il tipo di collega che porta avanti il reparto, organizza e intesse relazioni: ‘tiene il gruppo’ e diventa un riferimento. Al punto che la casa, nel tempo in cui l’abbiamo frequentata, è stata sempre in un costante movimento di persone in visita, che spettegolavano e chiede­vano consigli: ‘si confessano’, diceva lei. Simona era il tipo di persona a cui è facile voler bene. Doveva anche aver ben chiaro cosa le stesse succedendo, ma è riuscita a metterlo da parte e ha fatto la paziente. Pazientemente. È stata proprio brava.

Aveva un figlio, piuttosto sereno, una figlia, più fragile e impressionabile, un fratello e una sorella, che ho visto prendere velocità (in parallelo alla consapevolezza), tutti e quattro, affaccendarsi e correre quando, a due giorni dalla sua morte, Simona li ha istruiti su come dovesse essere l’ultima festa in suo onore. In affanno per non perdersi niente di quello che desiderava: la foto da mettere sul profilo whatsapp e le piantine da regalare a chi fosse passato da casa, dove avrebbero allestito la camera ardente. Sembravano quasi allegri.

Una mamma che muore, e muore a 55 anni, va onorata e questo stava succedendo di fronte a me, all’interno di quel quadro. L’ho talmente sentita la loro emozione che mi sono tagliata mentre aprivo una fiala, come non mi capitava dagli albori della vita da infermiera. E anche il mio sangue che gocciolava mi è sembrato giusto, la giusta forma di onore a Simona: che ha dato tanto – ne sono certa – a chiunque abbia avuto il privilegio di incontrarla. Grazie Simo. Riposati ora.

Questo articolo è tratto dal Notiziario “Insieme a VIDAS”.
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