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19.08.2015

“Still Alice”, l’Alzheimer raccontato senza retorica da Julianne Moore

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Cosa accade a una linguista di fama internazionale se la colpisce una forma precoce di Alzheimer? A 50 anni appena compiuti, Alice Howland-Julianne Moore è all’apice della sua carriera accademica alla Columbia University, vive con il marito John-Alec Baldwin, ricercatore in campo medico, una vita intensa e gratificante: tanto lavoro, viaggi e tre figli impegnati nel passaggio all’età adulta – Anna, giovane avvocato, Tom, praticante medico, Lydia, una Kristen Stewart delicata e soffusa di umanità, giovane ribelle, attrice alle prime armi, tra lavoretti malpagati e scritture teatrali che lo sono ancora meno.

StillAlice

Cosa accade a questa donna se la colpisce una forma precoce – rarissima e tanto più veloce, turbinosa nella progressione – di Alzheimer? Alice perde il filo a una conferenza, si trova smarrita lungo il percorso consueto dello jogging. Il suo corpo ancora giovane, la sua avvenenza – i 50 sono i nuovi 40 e Julianne Moore, convincente e sempre superba, ben incarna la promessa di un tempo ancora lungo di vita attiva e piena– fanno a pugni con la diagnosi, spietato verdetto, formulata da un medico all’inizio solo freddamente garbato e via via più premuroso, bell’esempio di quell’alleanza terapeutica che è onestà innanzitutto e sa essere diretto e non solo gentile di fronte ad una persona, prima che a un paziente, che di fronte alla malattia è incredula anzitutto. La donna che ‘si è sempre definita per la propria proprietà di linguaggio e la capacità di parlare’, come spiega lei stessa alla figlia Lydia, non trova più le parole. Sfuggono, galleggiando al di là della sua portata. Smette di lavorare, fatica a tenere il filo mentre legge. Non trova più il bagno, dimentica quel che le è stato appena detto così che diventa necessario ripetere, ripetere, ripetere. Alice affonda annaspando, prova a ribellarsi – si dà dei compiti, allena la memoria, impara piccoli trucchi per tenere a mente nomi e appuntamenti, sottolinea mentre legge così da non dover rileggere all’infinito la stessa riga, consegna a un’ipotetica se stessa del tutto smemorata il compito di darsi la morte per overdose di medicinali. Salvo che quando la Alice che non ricorda più il nome della figlia maggiore e il mese in cui è nata trova il messaggio – un video registrato all’inizio della malattia da una Alice il cui contrasto con quella attuale è stridente – neppure riesce a raccapezzarsi con quel che sia un ‘cassettone’ e con l’apertura di un flacone pieno di pillole.

Alice scivola dentro un tempo dilatato, sospeso e se all’inizio sono feste e riti collettivi – compleanni, Natale, anniversari – a scandire il passaggio dei mesi e delle stagioni, man mano che la malattia procede è il mutamento dei colori della natura a raccontare il trascorrere dei mesi, anni forse.

La sintassi scandisce bene questa metamorfosi, i campi lunghi delle gremite aule universitarie lasciano campo alla vastità dei paesaggi naturali – la spiaggia e il mare del New Hampshire, i viali lungo l’Hudson. In mezzo la perdita dei riferimenti tradotta da inquadrature ravvicinate, quasi claustrofobiche, a raccontare il disorientamento di Alice dentro la sua stessa casa divenuta estranea, e muta.

La malattia modifica la geografia familiare, se è vero com’è vero che le malattie importanti, e quelle croniche e degenerative sono autentiche deflagrazioni, non sono solo del portatore ma di tutta la sua rete di relazioni primarie. Così, se Anna e Tom si eclissano dietro all’imperativo che impone di continuare a vivere, il marito John, l’affettuoso, incredulo, disarmato compagno che, quando Alice non sembra più in grado di comprendere, ancora le dichiara di essere ‘la donna più in gamba che abbia mai conosciuto’, accetta un incarico lontano, in un Minnesota distante tre ore di volo, sarà Lydia, la sensibile figlia minore, a mollare la carriera finalmente prossima al decollo per tornare dove sente sia il suo posto. Accanto alla madre. Alice. Silente e sempre sul punto di dire senza più articolare, vibrante, di una vita tutta interiore, carsica, inavvertita alla superficie, invisibile negli occhi soltanto vacui, a momenti ancora sbarrati di incredulità e in altri, più fulgidi, capaci di brillare, per un istante.

Il film mi sembra ben costruito e senz’altro retto dalle intense interpretazioni di Julianne Moore e Kristen Stewart. Benché l’incipit mi abbia lasciato perplessa – possibile voler mettere in scena un contrappasso così geometricamente diabolico? Una linguista che perde le parole è la costruzione di un’antitesi troppo perfetta – ho riconsiderato, man mano che il racconto si sviluppava, il primo giudizio. Accade che la vita ci punisca e ci sottragga proprio quel su cui poggiava, su cui avevamo costruito la nostra identità. Il precipitare di Alice nel buio della solitudine incomunicabile è narrato con partecipazione struggente – e senza retorica. Si dice che i malati di Alzheimer, superato l’esordio destabilizzante della malattia, guadagnino un’inaspettata serenità. Questo è quel che si legge alla conclusione del film – l’approdo ad una nuova dimora dove vivere un tempo nuovo, silente e pacificato.

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