di Giuseppe Ceretti
Con Simonetta Lagorio ho avuto nel passato una conversazione sui temi della cognizione del dolore, sul senso di giustizia, sull’amicizia tra mamma, la scrittrice Gina, e Giovanna Cavazzoni. Da tempo Simonetta dirige un hospice a Savona. Coincidenze: poco più di 20 anni sono passati dalla morte della madre, a breve il decennale di Giovanna Cavazzoni e il ventennale di Alberto Malliani.
Mentre le pongo la prima domanda confesso che ho pensato di usare eufemismi per non ripetere la parola morte. Poi mi è tornata alla memoria una dura reprimenda di Giovanna che odiava sinonimi ipocriti per celare: “Ripeti, ripeti morte piuttosto che quell’orrendo ‘scomparsa’!”.
In una tale sequela di anniversari mi dice quando e come ha conosciuto Giovanna?
Al cinematografo, nel 1982. Proiettano una creatura del principio del secolo scorso, il cinegiornale. Compare una signora che presenta un progetto d’assistenza ai malati terminali che si svolge all’Istituto dei Tumori. In sovraimpressione il numero di telefono per chi è interessato al volontariato. Dopo la proiezione lo compongo e, con mia grande sorpresa, risponde Giovanna. Faccio l’insegnante, le dico che sono interessata alla sua proposta. Lei mi spiega il suo progetto ancora allo stato embrionale. È così che partecipo al corso per volontari che si tiene all’Istituto dei Tumori. Così conosco Giovanna.
Nasce allora una forte amicizia della quale proviamo a svolgere il nastro. Che cosa le manca di Giovanna?
La possibilità di conversare su quelli che nel tempo sono diventati comuni interessi, la sua inesausta curiosità, spinta da una dose cospicua di lungimiranza. Sul piano personale il suo moto perpetuo tra rigore intellettuale e desiderio di conoscenza, tra allegria e serietà, senza che l’una faccia da schermo all’altra. Mi manca, infine, la costante attenzione autocritica alle scelte compiute.
A proposito di eufemismi, quanto a coscienza di sé e determinazione, Giovanna e Alberto hanno saputo reggere robusti fardelli. Si può definire il loro legame indissolubile una laica e forte alleanza?
Li accomunava la capacità di guardare lontano, sostenuti dalla certezza e incoscienza di poter fare oltre l’allora possibile. Nessuna arroganza, piuttosto un progetto coraggioso, un’utopia calata nella realtà che avvertivano nell’identico modo. Una donna capace di sfidare i pregiudizi e un medico umanista che non ha avuto dubbi nel sostenere una simile sfida. Il coraggio di entrambi era irrorato da profonda cultura. Il tema indicato: un bene considerato indisponibile, qual è la vita, che diventa mio.

La loro comune caratteristica è stata la chiave di volta per superare ostacoli che al principio dell’opera apparivano proibitivi. Oggi in che tempi siamo? Il pregiudizio continua a farsi giudizio?
Vorrei rispondere che non accade più, ma non è così. Sui concetti di morte e sofferenza restano profonde tracce di pregiudizio. Ci sono luoghi dove, di fronte a un termine conclamato, si negano le cure palliative, persino minime tracce di morfina. È l’eterna visione di un bene indisponibile anche dinnanzi a sofferenze inenarrabili.
C’è sempre qualcosa da fare quando non c’è più niente da fare, sono non a caso parole d’ordine di VIDAS. Oggi davvero restano un valore?
Non solo valgono ma, più che mai, mantengono intatta la loro attualità. Pretendono uno sguardo costante verso l’altro da noi. Se così fosse non avremmo oggi da affrontare i drammi dell’Ucraina, della Palestina e altri flagelli. È più semplice chiudere la pratica con le armi e la sopraffazione che con il dialogo.
Assistenza costante ai malati a domicilio e in hospice, irrorata da attività scientifica e culturale. Questi peculiari caratteri hanno reso nel tempo VIDAS un punto di riferimento originale per le cure palliative. È ancora così?
Credo con forza al binomio tra assistenza medica e attività culturale. Generano entrambe bene e nel contempo aiutano ad ampliare conoscenze, quindi sono di per sé strumento di cura. Non dobbiamo aver paura di tempi così cupi, le persone sensibili sanno vedere con i propri occhi. Non è facile, ma dobbiamo insistere. Il testamento biologico è legge, ma il cammino è irto di difficoltà. Quanto all’attività culturale, guardo con piacere ai ricchi contributi di idee dell’annuale festival ottobrino di VIDAS. Ciò non mi impedisce, diciamo per fatto generazionale, di pensare con nostalgia ai confronti tra Veronesi, Scaparro, Papi (ne cito tre ad esempio) e l’intera platea delle belle teste che hanno animato per anni il dialogo, là dove pulsa il cuore di VIDAS.
Alberto muore proprio quando s’inaugura Casa VIDAS. Al di là dello sterile gioco dei “se”, quanto avrebbero potuto fare Giovanna e Alberto insieme per più tempo e in quale direzione?
Posso dire che la loro inesauribile spinta verso l’utopia possibile li avrebbe portati a coltivare altri progetti. Rispondo quindi con un forte auspicio che è insieme un sogno se si pensa all’oggi. Portare l’esperienza di VIDAS nel resto d’Italia, soprattutto al Sud, dove c’è poco quanto a cure palliative, in interi territori. Ciò senza nulla togliere a creature, così le chiamo, quali Casa Sollievo Bimbi, gioiello che appartiene alle capacità visionarie di Giovanna e Alberto.
Pallium è sostantivo bifronte che fa rima con pietà, ma conosce solo un esito avverso. E se Giovanna, Alberto, ora de Bortoli e tutti coloro che si occupano di cure ai confini della vita avessero in realtà già compiuto il miracolo, trasformare il palliativo in una benefica stretta dal valore universale?
Certo che il miracolo è fatto. Chi dice che oggi le cure palliative non servono, non capisce… un tubo, scusa ma non trovo altro termine parimenti efficace, lasciamelo dire. Sono in realtà la barriera, preferisco dire trincea, entro la quale ci si oppone al ruolo distruttivo della malattia. Sono insieme momento ormai fondamentale della medicina. Tutti si muore, ma, come dire con parole semplici e adeguate, c’è una bella differenza!
Saluto questa colta e gentile signora, dai modi parimenti schietti e cortesi. Ha fatto dell’impegno civico ciò che la madre scrisse a proposito dell’impegno letterario “implicando tutta intera la persona senza infingimenti e sotterfugi”.
Questo articolo è tratto dal Notizario “Insieme a VIDAS”.
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