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06.07.2016

Il diritto di non soffrire

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Il diritto di non soffrire, questo il titolo che va dritto al punto del libro di Umberto Veronesi. Ancor più esplicativo il sottotitolo che ne chiarisce i contenuti: Cure palliative, testamento biologico, eutanasia. Diana ci consiglia questa lettura sintetizzandone i punti chiave e lasciando a ogni singolo lettore il piacere della scoperta.

Il diritto non soffrire, libro di Umberto Veronesi

Eutanasia: si parte da qui
Un altro libro coraggioso, tra i suoi tanti. Non è recente: esce nel 2011 e viene ripubblicato l’anno dopo in Oscar. 100 pagine circa di pensieri densi di sfide, nell’onestà intellettuale e nel raccontare attraente che conosciamo. Veronesi parte dal tema più difficile: eutanasia. È una posizione sofferta; riguarda anche il ricordo doloroso di un amico che anni fa gli chiese di poter morire. “Non l’ho fatto perché c’è l’imperativo categorico della legge, ma scrivo questo libro proprio perché la legge non ci sia più, perché l’eutanasia venga depenalizzata”. Ma, attenzione. Meglio leggere via via prima di impantanarci in ‘pro’ e ‘contro’ a prescindere. Non troveremo pensieri ‘accademici’, né concentrazione su di sé. Solo tra le righe Veronesi dice il suo attraversare una professione lunghissima: pazienti che ha curato – chi ce l’ha fatta, tanti; altri no. È così che riesce a dar via libera a uno spazio arioso, per tante domande, alcune risposte, moltissime ipotesi. Ed è lo spazio lasciato a chiunque, leggendo, voglia capire qualcosa che riguarda la propria vita: anche se l’esperienza del tumore non l’ha segnata.

Eutanasia: contraddirsi?
Storie di persone di interesse ‘pubblico’, perché su quelle storie si possa riflettere, qualunque sia il ‘credo’. O il ‘non credo’. È così che Veronesi parla di Indro Montanelli, Eluana Englaro, Pier Giorgio Welby, papa Wojtyla, cardinale Martini (quasi tutti incontri personali). Il ricordo sta in parole quasi scarnificate, emozionanti. “Come il suicidio non è perseguibile penalmente se la persona che l’ha tentato resta in vita, così l’eutanasia deve essere depenalizzata. Perché l’eutanasia, pur essendo giuridicamente un omicidio, ha un significato esattamente opposto. L’eutanasia è un pietoso atto d’amore, l’accanimento terapeutico un atto d’odio”. Torniamo all’inizio, quando dicevamo: attenzione. “Io sono contrario all’eutanasia, se l’eutanasia è un atto separato dalle cure. Deve esistere solo in un continuum costruito dalle cure somministrate ai malati terminali inguaribili, cure che vanno dal sollievo del dolore alla sedazione profonda continua. Non è il “turismo della morte” offerto da un’associazione svizzera…”. Chi cerca la contraddizione, la trovi. Chi voglia riflettere oltre, lo faccia.

Fine vita: paura della ‘propria’ morte?
Comunque sia un ‘vuoto’, ancora troppo vuoto, riguarda le indicazioni del nostro fine vita. Centrando, preciso, la paura della morte, più o meno paura di tutti noi, Veronesi dice: “Io credo, molto semplicemente, che in questa difesa ideologica della vita a tutti i costi (anche quando è soltanto una vita biologica) si nasconda la paura della morte, della propria morte. Si stenta a identificarsi con un soldato che salta in aria in Afghanistan per una bomba dei terroristi. La riprovazione morale fa da scudo contro la possibilità di provare pietà verso un condannato a morte. La condizione di un malato inguaribile, invece, è molto più vicina al sentire comune. Inerme nel suo letto, sottratto dalla malattia alla società adulta del ‘fare’, se si potessero esplorare le motivazioni profonde di chi ne difende la vita si scoprirebbe, con tutta probabilità, che viene percepito come un bambino”.

Medicina: da Ippocrate in poi, etica e professione
Imperativi assoluti. Con Veronesi possiamo ripassare Ippocrate, cui ancora oggi i medici prestano il giuramento base: “primum non nuocere”. E Galeno: “sine opio medicina claudicat”, cioè senza l’oppio la medicina zoppica. O Francesco Bacone. “Il compito del medico non è soltanto quello di ristabilire la salute, ma anche quello di addolcire le sofferenze e i dolori legati alla malattia; e ciò non soltanto perché il dolore è un sintomo pericoloso alleviando il quale si contribuisce a portare il malato verso la convalescenza e la guarigione, ma anche al fine di procurare al malato, quando non vi è più speranza, una morte dolce e sopportabile”. Il commento di Veronesi è: “una perfetta definizione ante litteram delle cure palliative. E siamo nel 1605!”.

Pazienti donne: non solo tumore
Ha salvato tante vite dal tumore al seno, ma non basta. La denuncia durissima va a certe prassi. “A distanza di tanti secoli, tuttavia, permangono anche ai giorni nostri resistenze e tabù nell’uso come antidolorifico dell’oppio e dei suoi derivati, come la morfina. Tenere lontano il dolore sembra ancora un optional, come dimostra la difficoltà con cui le donne ottengono il parto con analgesico epidurale. Può darsi che gli ospedali abbiano oggettive difficoltà organizzative perché ci sono pochi anestesisti, ma prevale comunque l’idea che il dolore del parto ‘passa e si dimentica’, e che è una donna di poco carattere quella che non se la sente di affrontarlo. E continua a suonare come un obbligo la condanna biblica ‘donna, tu partorirai nel dolore’. Insomma, il dolore come prova iniziatica di ‘genere’ per le donne, e come prova di carattere per tutti; per la religione, poi, anche come espiazione”.

Morire nel dolore? No!
Tantissime testimonianze qui. Giancarlo Dotto, amico e biografo di Carmelo Bene, racconta: “Aveva urlato notti intere, come un lupo in gabbia. Spellato dall’orrore ancora prima che dal dolore. Aveva invocato la morfina, il cianuro, l’eutanasia, maledetto i medici che lo tenevano in vita”. Il medico di Guy de Maupassant: “Il signor de Maupassant sta diventando un animale!”. Quello di Alessandro Manzoni: “il quale pare fosse affetto in vecchiaia dal morbo di Alzheimer: bestemmiando, gridando parole insensate, “preso a pugni da due infermieri che volevano arrestarne i contorcimenti”! E allora eccole, le parole di Giorgio Cosmacini, che a Vidas offre da anni dosi generose di presenza e competenza. Veronesi lo cita così. “Testamento biografico” – la definizione di Cosmacini – “in quanto fa riferimento non soltanto al corpo di un individuo, ma a tutta la sua vita, alle sue idee, alle sue convinzioni, alla sua cultura, alle sue relazioni affettive e sociali. Mi sembra convincente perché riguarda la morte non di un corpo, ma di una persona, e di una persona che anche nella morte vuole rimanere tale”.

 

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