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10.09.2013  |  Operatori

La Terapeutica Artistica e i tirocinanti dall’Accademia di Brera

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Prima dell’estate in Casa Vidas abbiamo ospitato dei tirocinanti particolarmente frizzanti: un gruppetto di giovani studenti universitari provenienti direttamente dall’Accademia delle Belle Arti di Brera coordinati dalla altrettanto giovane e frizzante professoressa e artista terapista Adelaide Fontana. A lei ho chiesto di aiutarci a capire meglio cos’è la Terapeutica Artistica e in cosa è consistito il loro tirocinio nel nostro hospice. Buona lettura!

La Terapeutica Artistica è prima di tutto una condivisione, una condivisione del “fare”, il gesto che diventa esperienza artistica e terapeutica al tempo stesso, del “buon gesto”, che mediato e guidato permette all’individuo di esternare situazioni, pensieri e vissuti fossilizzati e stratificati all’interno della nostra anima, o meglio del nostro inconscio, combinazioni che poco a poco vanno a immobilizzare il “pozzo primigenio e fecondo” che ognuno di noi possiede e che, in ciascuno di noi, dovrebbe mantenersi dinamico e prolifico il più a lungo possibile.

Per entrare nel merito dell’esperienza appena trascorsa in Casa Vidas, la “sfida” è stata portare la Terapeutica Artistica all’interno dell’hospice, luogo in cui – quasi quotidianamente – ci si rapporta con la morte, cioè la situazione dell’umano esperire che, insieme alla nascita, rappresenta l’attimo più potente ed irripetibile, proponendo all’équipe un’esperienza diretta e molto concreta.

Proprio partendo dal potentissimo binomio nascita/morte abbiamo progettato un tirocinio intitolato “Il filo della Vita” ovvero un percorso del “fare condiviso” in cui la terapia diviene “gesto terapeutico”, le indicibili peripezie dell’inconscio vengono espresse, acquietate e aiutate a intraprendere un sano processo metabolico. Abbiamo dunque ripercorso metaforicamente il ciclo della vita, della vita di ciascuno di noi, attraverso i colori e la materia costruendo, infine, un grande telaio sul quale abbiamo tessuto un arazzo di carta, un materiale povero e fragile all’apparenza, ma versatile e sempre pronto a rinascere.

Le rocchette di carta sono state filate dai membri dell’équipe di Casa Vidas insieme ai tirocinanti della Terapeutica Artistica dell’Accademia di Belle Arti di Brera, sede del biennio specialistico. Ad ogni rocchetta di svariati metri corrisponde un colore. Ogni colore è stato scelto in maniera precisa sapendo che nel nostro inconscio i diversi colori rappresentano le diverse fasi della nostra vita:

  • il nero, il concepimento e il ventre materno ma anche l’inconscio e l’introspezione;
  • il giallo, la nascita e la luce, l’esserci e l’essere visti;
  • il rosso, il pulsare e la vita nel suo pieno svolgimento, lo scorrere e il fluire nella sua potenza;
  • il blu, per imparare ad abituarsi a vedere e a vederci da una giusta prospettiva e con una giusta distanza.

Ad ogni colore abbiamo anche fatto corrispondere un’esperienza tattile e materica polisensoriale, per poter far cogliere il tutto alla parte dell’IO più profondo e bisognoso, per ricostruire, per tessere insieme all’arazzo, quelle sottili e profonde sensazioni di vita che abbiamo dovuto nascondere e azzittire, per ridare voce all’emotività più profonda, per capire che il gesto del ricostruire è un gesto sia del singolo che del gruppo, che ben-essere è soprattutto un ben-esserci, che la nostra vita, dalla nascita alla morte, è come la trama della nostra opera un intreccio di fili, creati da tante mani che individualmente si coordinano con quelle degli altri, per liberare infine quella ludicità, quella fisicità e quella istintualità che nel mondo degli adulti si è spesso costretti a reprimere.

Il percorso si è concluso dopo 10 incontri: il lavoro è stato molto impegnativo, anche perché abbiamo agito su un canale – quello artistico – decisamente differente dal consueto ma attraverso il quale le emozioni scaturite (sotto lo sguardo vigile degli artisti terapisti) non erano mediate dalla ragione puramente cosciente ma si presentavano in modo “selvaggio”, non addomesticato dalla razionalità e benché sconosciute ai più si sono riproposte nei sogni e nella somatizzazione sia degli utenti che dei tirocinanti.

Alla fine l’arazzo è stato completato. Trama e ordito sono state tessute. Il pensiero è divenuto Arte. L’arte è divenuta terapeutica.

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