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27.04.2012  |  Operatori

Luisa

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Un'assistenza domiciliare nell'immagine tratta da una delle nostre prime campagne

La casa è una di quelle che è stata progettata per non abitarci: un cubo grigio agli estremi confini della città. Suono il citofono, mi aprono. Non è questo che voglio: ho bisogno di sapere scala e piano. Suono di nuovo: mi aprono di nuovo. Al terzo tentativo mi arrendo: il citofono funziona a modo suo. Come l’ascensore (uno, perché l’altro è rotto e non verrà mai aggiustato, almeno per tutta la durata dell’assistenza) che segna fisso il quinto piano, ovunque ci si trovi. Lo si chiama e si aspetta. Fiduciosi.

È l’otto gennaio, venerdì. Nell’androne incrocio un ragazzino, avrà l’età di mio figlio. La salita fino al decimo piano è lunga e non resisto alla curiosità. “Come mai non sei a scuola?” gli chiedo. Mi fissa con uno sguardo carico di innocenza e di strafottenza: “Cioè, ma qui nessuno è andato a scuola. Che senso ha far ricominciare la scuola di giovedì? Noi ricominciamo tutti direttamente lunedì”. Ah, ecco. Come ho fatto a non arrivarci da sola.

Arrivo al decimo piano. Ad attendermi un uomo, così in ordine da sembrare sbarcato per caso in questa casa così sgarrupata. È il figlio di Luisa. In casa incontrerò gli altri due figli, presenti, lucidi, discreti, dolcissimi.
Luisa ha un brutto tumore gastrico diagnosticato da pochissimo e già in fase terminale. Prima di poterla incontrare passo al vaglio dei figli, come spesso capita. Pianerottoli, anticamere e bagni sono i luoghi elettivi in cui svolgere conversazioni delicatissime.

Alla mamma nessuno dei medici ha osato dire la verità. Le hanno parlato di un polipo allo stomaco “perché non si può dire la verità” a una donna che sta morendo. Non sono convinti i figli, che hanno accompagnato il loro padre sino alla fine, nella piena consapevolezza e condividendo con lui ogni scelta. Al tempo stesso si chiedono come si faccia ora, dopo le bugie pur pietose dei colleghi che mi hanno preceduta, ad avvicinarsi alla verità.

Non ci sono risposte. Mai. Solo domande e solo una disponibilità ad assecondare il percorso di Luisa. Questo dico loro. Lasciamo che sia lei a dirci dove vuole condurci. Assumiamoci la responsabilità di accompagnatori in questo pezzo di vita unico che Luisa ci concede il privilegio di condividere con lei.

Finalmente la incontro. Quando stava bene pesava quarantacinque chili, adesso sarà trentotto. Uno scricciolo, con i capelli grigi arruffati, pochi denti cariati, la simpatia di una napoletana e l’energia di una Erinni. È diffidente, non le è tanto chiaro chi io sia né che cosa sia lì a fare. Chiacchieriamo, la visito, mi consente di tornare a trovarla.
Dopo qualche giorno al mio arrivo trovo la figlia che mi aspetta sul pianerottolo. “Mi ha chiesto di dirle tutto. Le ho detto che la malattia è grave. Volevo che lo sapesse anche lei, dottoressa”.

Tocca a me ora. Entro in camera. Luisa mi fissa con i suoi occhi pungenti e mi chiede di sapere che malattia ha. Ripartiamo dal polipo, dal suo comportamento aggressivo, dal fatto che la impoverisce di energie. Prendo tempo pensando che debba accusare il colpo. Lei non perde tempo e conclude: “E il peggio è che per questa malattia non ci sono cure”. Devo accusarlo io il colpo. Luisa prosegue: “Perché io ho avuto tante cose nella vita, ma mi dà fastidio stare male, pesare sui miei figli. Per loro vorrei stare ancora bene.”

Fissa lo specchio ai piedi del letto, che riflette la sua immagine e quella di un improbabile e variopinto Gesù Cristo che campeggia sopra la testata. “Con Lui ce l’ho. Mi arrabbio sa, dottoressa? Gliene dico un sacco. Anche parolacce anche cose brutte. Poi però gli chiedo scusa. E penso che è colpa sua se sto così male e mi arrabbio così tanto”. “È preghiera anche questo” butto là io. “Ma che preghiera e preghiera! Io sono arrabbiata. Non prego mai. Arrabbiarmi sì. Pregare mai!”.

Le settimane di accompagnamento di Luisa sono tutte così, un alternarsi di lezioni di comicità e di saggezza fino a quando, come avevamo concordato, a fronte di un vomito terribile associato ad intensa agitazione noi l’aiuteremo a scivolare in un sonno sereno, in cui resterà qualche giorno, a dispetto della fragilità estrema, a ricordare a tutti di essere una piccola donna di ferro.

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