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20.06.2012  |  Giuseppe Ceretti

Parole pesanti come pietre e leggere come bolle di sapone

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Le parole sono il filo invisibile entro il quale si sviluppano le comunicazioni. Parole pesanti come pietre, si ripete per sottolineare la forza d’urto che hanno nelle relazioni umane. Ma anche parole tra noi leggere, come ci suggerisce un incantevole libro di Lalla Romano che quasi mezzo secolo fa dipanava da un verso di Montale la matassa di un aggrovigliato rapporto tra una madre colta, intellettualmente libera e aperta e un figlio introverso che rifiuta non tanto il suo amore, quanto piuttosto il suo modo di amare.

Le parole d’oggi paiono spesso come quelle bolle che prendono il volo nel soffio di una pellicola di sapone: si gonfiano sino all’inverosimile, si pongono al centro del nostro universo, luccicanti e seducenti, per poi scomparire in un istante ed è come se non fossero mai esistite. In realtà non esistono nemmeno quando tutti le ripetono.

Spread, chi era costui? Perché queste sei lettere diventano la litania quotidiana delle nostre pene e dei difficili tempi che attraversiamo? E il biscotto che sarà mai, perché tanto discutere su un dolce alimento due volte cotto (bis-cotto) diventato preda di vergognosi e illeciti accordi sportivi?

Parole, parole tra noi leggere. Nel frattempo scompaiono dal lessico quelle pesanti che nessuno pronuncia più: giustizia, pietà, diritti. Forse nel timore di mostrarsi debole, esposto al flagello delle proprie inquietudini.

Poi accade che le parole tornino tra noi. Le ritroviamo nelle storie di vita che narriamo nel nostro blog, nei malati e in chi assiste e scopriamo quanto sia atroce la beffa che si compie a loro danno. È come se in questi racconti riprendessero vita, sostanza, si riappropriassero di tanti significati mutilati.

Ho letto proprio in questi giorni il libro di Giorgio Cosmacini (troverete nella nostra prossima newsletter cartacea – disponibile anche sul sito in pdf – una breve recensione) intitolato “Compassione“. Penso alle splendide riflessioni proposte intorno alla stupenda parola e come venga vilipesa da qualche dannato idiota: “Sa che le dico? Io la compatisco” urla il becero di turno dagli inutili scranni televisivi che fa carne da macello di espressione tanto ricca.
Compatire, cum-patire, ci ricorda Cosmacini, condividere la passione, misericordia, cordialità per i miseri.

Che c’è di più bello, maledetto imbecille che pronunci questa parola senza sapere, di compatire? Perché usi come una clava una simile carezza? Spiegatemelo anche voi, cari amici, se potete.

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