
Roberto Manegaz ha 94 anni e una vita che attraversa quasi un secolo di storia. Quando inizia a raccontarla, parte da lontano.
«Sono nato non nella povertà, ma nella miseria più assoluta», dice. I primi anni li trascorre tra una balia, un orfanotrofio e un collegio. Il padre muore in un incidente sul lago di Como, la madre lo mette al mondo prematuro, «sono un settimino», e la sua infanzia è segnata dalla fatica. «Puoi immaginare dieci anni di sole sofferenze».
Eppure, già da ragazzo emerge qualcosa che lo accompagnerà per tutta la vita: la curiosità. A tredici anni prende da solo un treno per vedere la Svizzera, era agosto del 1945, pochi mesi dopo la Liberazione. «Che delusione: gli alberi uguali, le case uguali, parlavano lo stesso dialetto del Varesotto», racconta ridendo. Ma quel gesto parla molto di lui: il desiderio di muoversi, di andare oltre.
Dopo gli inizi in fabbrica alla Brown Boveri, dove percorre quasi tutta la scala gerarchica, capisce che quella non è la sua strada. «Non mi piaceva quella vita. Io sognavo di andare in giro».
Un’intuizione, un consiglio, e arriva l’occasione: la British Petroleum. È una svolta. «Sono andato nel Sahara a cercare il petrolio, poi in Egitto, poi in Kenya». Viaggia, lavora, costruisce una vita solida, una casa, una famiglia.
Ma insieme alle opportunità, la vita gli presenta anche momenti molto duri. La morte della madre per un’insufficienza cardiaca, avvenuta tra le sue braccia, resta una ferita profonda. «Avevo 28 anni e mi sono trovato completamente solo».
È proprio tornando a casa quel giorno che trova nella cassetta delle lettere il telegramma che gli cambierà la vita: l’assunzione alla British Petroleum. «Come se avessi dovuto pagare qualcosa per avere quella fortuna».
Con il tempo, dentro di lui prende forma una consapevolezza precisa: «Siccome sono stato molto aiutato quando avevo bisogno, ho sempre pensato di dover restituire qualcosa».
È questo senso di riconoscenza che lo avvicina a VIDAS.
Quando ancora lavora, seppur a fine carriera, inizia a frequentare la sede di Viale Piave il sabato. Ha già fatto una scelta: «Quando andrò in pensione avrò tanto tempo libero e lo voglio dedicare agli altri».
Negli anni che passa a fare il volontario – dal 1988 al 2001 – trova una realtà diversa da quella di oggi: più piccola, più raccolta, profondamente unita. «Eravamo in pochi, una sessantina. C’era un grande senso di amicizia».

E soprattutto incontra Giovanna Cavazzoni, fondatrice di VIDAS. «Di lei mi è sempre rimasta impressa la forza, la volontà. Riusciva a trasmetterti la sua energia».
Il volontariato diventa per Roberto un’esperienza intensa, fatta di presenza e di relazione. Non sempre facile. «Ho visto tante storie difficili», racconta. Storie che lasciano il segno e che insegnano quanto la vita possa cambiare all’improvviso. «Mi ha colpito molto un dirigente importante che, dopo una carriera brillante, si era organizzato per godersi bene la pensione. Subito dopo è arrivata una malattia gravissima e fulminea, è morto prima ancora di ricevere il primo assegno da pensionato».
Eppure, Roberto non si è mai tirato indietro. «Mi piace stare con le persone. Il fatto che fossero malate non era un problema».
Oggi, ripensando al suo percorso, riconosce il valore di quegli anni e il senso profondo di ciò che ha ricevuto e dato. È anche per questo che ha deciso di sostenere VIDAS con un “lascito in vita”. «Mi sono trovato tanto bene per tanti anni. Ho visto cosa significa esserci davvero per qualcuno e, in questo modo, ancora aiuterò a farlo».
Ogni mattina, quando si sveglia, Roberto conserva lo stesso sguardo lucido sulla vita: «Ringrazio per avere un giorno in più. E allo stesso tempo so che è un giorno in meno. È tutto relativo». Ma c’è una cosa che non è mai cambiata nei suoi 94 anni: la curiosità. «Quando perdi la curiosità, sei finito».
È lei, la curiosità, il filo che attraversa tutto — dal treno preso a tredici anni per vedere la Svizzera alle strade del Sahara, fino alla scelta di varcare la porta di VIDAS un sabato mattina, solo per capire.
Ed è forse proprio questa apertura verso il mondo, tenuta viva per quasi un secolo, che ha reso possibile anche la gratitudine: non quella rassegnata di chi ha avuto più fortuna degli altri, ma quella attiva di chi ha guardato la propria vita con occhi curiosi e ha deciso di farne qualcosa.