Eugenio era un uomo pieno di interessi, sempre in movimento, con la curiosità e la voglia di fare di chi non riesce a stare con le mani in mano. La domenica mattina usciva presto per andare ai mercatini; amava aggiustare, costruire, occuparsi di mille cose. Ma se sua moglie Federica deve scegliere il primo ricordo della loro vita insieme, pensa soprattutto alla musica.

Eugenio e Federica si conoscono negli anni Ottanta, quando lei ha diciassette anni e lui diciannove. Le serate nelle discoteche di Milano, le passioni condivise, poi una vita costruita anno dopo anno. Sempre a Milano, sempre insieme. Con il tempo arriva anche loro figlia Malika e cambiano abitudini e ritmi, ma non quel modo di essere uno accanto all’altra nelle diverse fasi della vita.

E poi, a gennaio del 2021 arriva la diagnosi di mesotelioma, una forma rara di tumore che lo colpisce ai polmoni. Eugenio inizia subito le cure e davanti a sé ha un obiettivo preciso: arrivare a giugno, quando, dopo la chemioterapia, è previsto l’intervento. «Lui viveva guardando quella data», ricorda Federica. Giugno diventa il punto verso cui tendere, la speranza a cui aggrapparsi.
Quando quel momento arriva, però, le condizioni di Eugenio sono molto cambiate. I medici decidono di interrompere la terapia e prospettano altre possibilità di cura. Federica capisce che qualcosa è cambiato definitivamente. Conserva ancora l’immagine del marito seduto sul divano, con la testa tra le mani e la fatica a respirare.
È allora che VIDAS arriva nelle loro vite. Federica conosce già l’assistenza domiciliare e così, mentre Eugenio continua il suo percorso oncologico, Federica telefona a VIDAS. E così, da metà luglio del 2021, nella quotidianità della loro casa entrano il medico, l’infermiere e la psicologa di VIDAS.
Parlando degli operatori che seguivano Eugenio a casa, Federica racconta:
«Mi ricordo bene come Eugenio li aspettava e come, dopo averli visti, era più sereno. Con loro poteva parlare, scherzare, essere semplicemente sé stesso.»
L’assistenza durerà quasi due mesi. Un tempo breve, che però nei ricordi di Federica assume un peso molto più grande della sua durata.
L’équipe VIDAS cerca ogni giorno il modo migliore per dare sollievo a Eugenio.
Quello che Federica ricorda con più affetto non sono soltanto le terapie: è l’attesa. Eugenio aspettava l’infermiere, il medico, la psicologa. Erano diventati appuntamenti della sua giornata, momenti nei quali la malattia sembra lasciare spazio anche ad altro.
Con l’infermiere parla di calcio, scherza, racconta cose che con Federica non sempre riesce a tirare fuori. E quando gli operatori se ne vanno, Federica vede sul volto di Eugenio qualcosa di diverso. «Era più sereno», racconta. E questo basta.
Accanto a lui c’è anche la figlia Malika. Ogni sera è lei ad accompagnare a letto il papà, con la bombola di ossigeno.
«Ci penso io al papà»
dice Malika a Federica. Momenti che non si dimenticano, e che oggi sono rimasti impressi nella loro memoria insieme a tanti altri frammenti di quelle settimane.

«Non è stato tanto tempo. Però quello che mi è rimasto nel cuore non è il tempo, è la dignità che gli è stata resa.»
Nel racconto di Federica, quei due mesi trascorsi con VIDAS non si misurano in giorni. Si misurano attraverso l’umanità delle persone che entravano nella loro casa, nella continuità della loro presenza, nelle conversazioni attese da Eugenio e nella serenità che riuscivano a restituirgli.
In un momento in cui la malattia sembrava occupare tutto lo spazio, la cura ha continuato a lasciare posto alla relazione, agli affetti e alla vita di ogni giorno.