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03.09.2012  |  Silvia Vegetti Finzi

Il linguaggio della pelle

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Si tocca con il corpo e con la mente, ci ha rammentato prima delle vacanze Silvia Vegetti Finzi. Ma da quando? Praticamente da sempre. Siamo stati concepiti da meno di due mesi, non abbiamo né occhi, né orecchie, ma la pelle sì. Essa sarà poi lavata, levigata, asciugata. La pelle è un linguaggio, sublime forma di comunicazione.

La quinta puntata del viaggio prosegue l’opera di riabilitazione del più negletto dei sensi e spiega l’importanza assoluta per i mammiferi del rapporto di pelle tra il cucciolo e la madre nei primi passi della vita. Solo i mammiferi umani hanno smarrito questa condotta essenziale alla sopravvivenza.

Il bisogno di conforto e quindi il piacere del tatto sembrano sopravanzare quello del gusto.

IL PIÙ SUBLIME DEI SENSI

Il primo organo che si forma evolvendo dal ” foglietto embrionale” è proprio la pelle e, ancor prima che scadano i due mesi di gestazione, il feto ha già acquisito sensibilità tattile. Non ha ancora né occhi né orecchie ma la pelle è già sviluppata. Da allora in poi, la pelle sarà il maggior tramite di comunicazione tra mondo interno e mondo esterno, nei due sensi: dal corpo alla psiche e dalla psiche al corpo.

[…] Da una parte la pelle invia alla mente informazioni essenziali per la nostra capacità di sopravvivere e di conoscere il mondo. Dall’altra, come insegna la medicina psicosomatica, rivela la psiche, manifestandone, in positivo e in negativo, gli squilibri emotivi: si può arrossire di piacere o di rabbia, così come impallidire di paura o di speranza.

[…] La pelle è un linguaggio e, come ogni linguaggio, richiede un interlocutore. Per ognuno il primo interlocutore è la madre.

[…] Dopo l’avventura congiunta del parto il bambino, che nella nostra società nasce per lo più in una istituzione pubblica, viene affidato alle cure preordinate e sbrigative dell’ostetrica. Il suo corpo sarà lavato, asciugato, misurato, oscultato, i suoi interstizi esplorati, la sua pelle toccata in modo rapido, neutro, efficiente, indifferente.
Ciò non toglie che il primo impatto del bambino con la realtà sia contrassegnato da un sentimento di solitudine e di abbandono che costituirà una tonalità di fondo della sua esistenza, una forma di precoce, silenzioso “disagio della civiltà“.
Contrariamente a noi umani, la madre degli altri mammiferi continua il rapporto di pelle col suo cucciolo anche dopo la nascita leccandolo a lungo, lentamente, accuratamente.
Non si tratta solo di pulirlo dai residui embrionali ma di sollecitare le funzioni che gli organi dovranno assumere. Il contatto della lingua materna costituisce una sorta di starter che dà il via all’apparato respiratorio, gastroenterico, genito-urinario del piccolo. Se questo non avviene, se manca uno strofinamento protratto, il cucciolo muore. Non sappiamo perchè e quando i mammiferi umani abbiano perduto una condotta così essenziale ma, di fatto, per noi il contatto madre-figlio è sempre più mediato dalla vista e dalla parola a scapito del contatto diretto.

[…] Le ben note osservazioni sperimentali dello psicologo comportamentista Harry Harlow hanno dimostrato che i cuccioli di scimmia privilegiano di gran lunga il contatto fisico con un sostituto materno morbido (un cono di rete avvolto di pellicia), piuttosto che con un simulacro rigido ma fornito di biberon. Il piacere del tatto sembra sopravvanzare quello del gusto, il bisogno di conforto quello di nutrizione.

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