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19.09.2013

Isabel Allende racconta con delicatezza la malattia terminale

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maya-coverHo letto tutti, ma proprio tutti i suoi libri: è stato fin da subito amore a prima vista. A mio parere sono pochi gli autori che come lei sono stati in grado di descrivere la morte come parte della vita. Di certo la dolorosa esperienza della perdita di sua figlia – descritta nel bellissimo e sentito “Paula” – l’ha portata a riflettere molto su questo argomento, ma è un tema ricorrente nelle sue opere fin dal suo esordio con “La casa degli spiriti”. Quando ho letto “Il quaderno di Maya”, vi ho trovato dentro una descrizione così delicata della malattia terminale che ho pensato subito al nostro blog: troppo bella per non condividerla con voi. Buona lettura.
(Per chiarezza: Popo e Nini sono i nomignoli che la protagonista Maya dà al nonno e alla nonna che l’hanno cresciuta)

Susan fu la prima che osò menzionare la parola hospice.
“Ma è un posto per chi è agonizzante e Paul non morirà!” esclamò la mia Nini, ma a poco a poco dovette cedere. Venne Carolyn, una volontaria dai modi dolci, molto esperta, a spiegarci cosa sarebbe successo e come la sua organizzazione poteva aiutarci, senza nessun costo, a tenere il malato in una situazione confortevole, a darci consolazione spirituale e psicologica e a eludere la burocrazia dei medici e del funerale.
Il mio Popo insistette che voleva morire a casa sua. Le tappe si succedettero nell’ordine e con i tempi che Carolyn aveva previsto, ma mi colsero comunque di sorpresa, perché anch’io, come la mia Nini, speravo che un intervento divino potesse cambiare il corso della disgrazia. Capita agli altri di morire, non a chi più amiamo e tanto meno al mio Popo, che era il centro della mia vita, la forza di gravità che ancorava il mondo; senza di lui non avrei avuto un punto fermo, il più debole venticello mi avrebbe trascinato via. “Mi avevi giurato che non saresti mai morto, Popo!” “No, Maya, avevo detto che sarei sempre stato con te e ho intenzione di mantenere la mia promessa.”
Le volontarie dell’hospice sistemarono il letto da ospedale di fronte alla grande finestra della sala perché di notte il nonno potesse immaginare le stelle e la luna che stavano illuminando il cielo, dato che non poteva vederle a causa dei rami dei pini. Gli posizionarono un accesso sottocutaneo sul petto per somministrargli i farmaci senza dovergli fare le iniezioni e ci insegnarono a muoverlo, a lavarlo e a cambiargli le lenzuola senza spostarlo dal letto. Carolyn veniva di continuo a trovarlo, teneva i rapporti con il medico, l’infermiere e la farmacia; in più di un’occasione si fece carico della spesa, quando nessuno della famiglia aveva animo per occuparsene.
[…] Arrivò il momento inevitabile in cui al mio Popo si esaurirono le forze e fu necessario arrestare la sfilata di alunni e amici che venivano a trovarlo. Era sempre stato vanitoso e nonostante la debolezza si preoccupava del suo aspetto, anche se lo vedevamo solo noi. Chiedeva che lo tenessimo pulito e rasato e che la stanza fosse ventilata; temeva di offenderci con le miserie della sua malattia. Aveva gli occhi opachi e infossati, le mani come zampette d’uccello, le labbra piegate, la pelle disseminata di lividi che pendeva dalle ossa; mio nonno era lo scheletro di un albero bruciato, ma poteva ancora ascoltare la musica e ricordare. “Aprite la finestra così che entri l’allegria” ci chiedeva. A volte era talmente distrutto che la voce gli usciva a malapena, ma c’erano momenti migliori, e allora alzavamo la testata del letto per metterlo a sedere e chiacchieravamo. Prima di andarsene voleva consegnarci le sue esperienze e la sua saggezza. Non perse mai la sua lucidità.
[…] Nei suoi ultimi giorni riusciva solo a ingoiare qualche cucchiaino di yogurt e qualche sorso d’acqua. Quasi non parlava più, ma comunque non si lamentava; trascorreva le ore fluttuando nel dormiveglia indotto dalla morfina, aggrappato alla mano di sua moglie o alla mia. Dubito che sapesse dove si trovava, ma sapeva che ci amava. La mia Nini continuò a raccontargli storie fino alla fine, quando lui ormai non le capiva, ma la cadenza della sua voce lo cullava. Gli raccontava di due innamorati che si reincarnavano in diverse epoche, vivevano avventure, morivano e s’incontravano in altre vite, sempre insieme.
[…] Dormivo vestita sul divano della sala, con un occhio aperto, all’erta, e così seppi prima di chiunque altro che era arrivato il momento dell’addio. Corsi a svegliare la mia Nini, che aveva preso il sonnifero per riposare un po’, e telefonai a mio padre e Susan, che arrivarono in dieci minuti.
La nonna, in camicia da notte, s’infilò nel letto del marito e mise la testa sul suo petto, posizione in cui avevano sempre dormito. Dall’altro lato del letto del mio Popo, anch’io mi reclinai sul suo petto, che prima era forte e ampio ed era sufficiente per entrambe e che ora faticava a battere. Il respiro del mio Popo si era fatto impercettibile e per qualche istante molto lungo sembrò che fosse completamente cessato, ma all’improvviso aprì gli occhi, posò il suo sguardo su mio padre e Susan, che lo cingevano piangendo senza rumore, sollevò a fatica la sua mano grande e l’appoggiò sulla mia testa. “Quando troverò il pianeta, gli darò il tuo nome, Maya” furono le ultime parole che pronunciò.

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