
A ottant’anni Maria Teresa può guardarsi indietro e riconoscere un filo rosso che attraversa tutta la sua vita: l’incontro con gli altri.
Insegnante di scuola materna, per vent’anni ha diretto insieme al marito Carlo un pensionato della Diocesi di Milano, voluto dal cardinale Martini per accogliere lavoratori italiani e stranieri. Con Carlo, diacono permanente, ha condiviso la vita e l’impegno per una Chiesa più accogliente, attenta alle persone e alla parità.
Quando lui muore, nel 2017, Maria Teresa deve in qualche modo ricominciare. «Ho dovuto ricrearmi la mia vita, fare un lavoro di ripristino della mia realtà.» E lo fa aprendosi ancora una volta al mondo.
Comincia a praticare nordic walking, si interessa di ecumenismo, frequenta incontri e conferenze, si avvicina alle comunità LGBTQ+ e diventa socia consigliera del Guado. Incontra anche l’associazione Donne per la Chiesa, alla quale aderisce riconoscendo una battaglia che sente sua da sempre: quella per la parità tra uomini e donne, nella società come nella Chiesa.
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Poi, improvvisamente, è la malattia a cambiare il passo delle sue giornate. I suoi ottant’anni Maria Teresa li festeggia in ospedale, un luogo che fino a quel momento aveva conosciuto pochissimo. «Figurati che ci ero entrata soltanto per la nascita dei miei figli».
Quella nuova condizione riguarda lei, naturalmente, ma investe altrettanto rapidamente la sua famiglia. «Il problema non era soltanto mio,» spiega con il respiro un po’ affannato. «C’erano anche i miei figli, che di colpo, dall’oggi al domani, sono passati dall’avere una madre piena di energie, che stava benissimo, a una che aveva bisogno di assistenza costante. Avevamo bisogno tutti di essere accompagnati in questo nuovo percorso, e aiutati.»
Un’amica suggerisce loro di contattare VIDAS. Presentano la domanda, preparano i documenti necessari e, dopo la valutazione, per lei comincia un primo periodo di assistenza.
Inizialmente la famiglia prova a immaginare una gestione a domicilio, ma ben presto si rende conto che è troppo faticosa. Alla fine di agosto Maria Teresa arriva così a Casa VIDAS.
È un incontro che la sorprende. «Sono rimasta allibita dal fatto che non conoscessi l’esistenza di una struttura così nella mia città. Anche i miei figli e moltissimi miei amici e amiche non sapevano di questa realtà. Una struttura del genere dovrebbe essere sulle prime pagine dei giornali.»
A colpirla non sono soltanto gli spazi, ma l’idea di cura che quegli stessi spazi raccontano. In terrazza, tra seduta tra piante ornamentali e panchine di legno, Maria Teresa parla più volte di bellezza. Non come di qualcosa di accessorio, ma come di un bisogno che rimane fino alla fine. «La bellezza va vissuta fino alla fine dei nostri giorni». Nelle sue parole sembra di sentire l’eco di Giovanna Cavazzoni, fondatrice di VIDAS, solita dire che “la bellezza è cura”.
E poi c’è il rapporto umano, l’accoglienza, altro grande leitmotiv della vita di Maria Teresa. «Qui non stanno a guardare se sei ricco o povero. Guardano che sei una persona che ha bisogno di essere accolta, e accolta con grande umanità. Questo mi ha colpito moltissimo.»

Un giorno, a Casa VIDAS, Maria Teresa assiste a una scena che per lei racchiude tutto questo. Mentre è fuori dalla sua stanza vede una signora portata con il letto sul terrazzo insieme al figlio. I due possono restare lì, uno accanto all’altra, nella notte, a guardare il cielo.
È un gesto semplice, ma Maria Teresa ne rimane profondamente colpita.
«Avere la sensibilità di permettere a un figlio di stare con la propria mamma sul terrazzo, a guardare le stelle, per me è stata una cosa splendida. Splendida! La malattia non deve essere una realtà che divide, ma una realtà che unifica, da condividere. Poter stare insieme e ammirare il cielo anche da un letto è una cosa bellissima.»
Forse è proprio in questa immagine che si raccoglie lo sguardo di Maria Teresa sulla cura: non cancellare la malattia, né fingere che non esista, ma continuare a riconoscere, dentro di essa, la persona, le relazioni, la possibilità di vivere qualcosa di bello.
Oggi Maria Teresa preferisce non spingere lo sguardo troppo avanti. «Io vivo la giornata, non posso pensare a che cosa farò domani. Oggi sono qui con voi, domani sarà qualche altra cosa. Vedremo.»
Eppure, alla domanda su cosa significhi per lei la parola utopia, la sua risposta parla proprio di futuro. Non di un futuro astratto, ma di qualcosa che le persone possono scegliere di costruire insieme. «L’utopia è un sogno che sembra una cosa bellissima, ma impossibile da realizzare. Invece l’utopia di VIDAS è un’utopia concreta, realizzabile. Perché sono gli uomini e le donne che realizzano le strutture, siamo noi. E un sogno può diventare realtà, se noi lo vogliamo.»