La cura non nasce da un gesto individuale , ma dalle relazioni, dall’ascolto e da una comunità che sceglie di costruirla ogni giorno.
di Laura Formenti, Professoressa Ordinaria di Pedagogia Generale e Sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Cosa significa davvero “prendersi cura”?
Me lo chiedo ogni giorno come pedagogista delle famiglie e delle relazioni, sapendo che la nostra società riduce spesso la cura a un dovere medico o a qualcosa di spontaneo e istintivo. Ma chi vive la realtà dell’hospice sa che è molto di più: è un’azione coraggiosa, quotidiana, che si fa insieme, accogliendo la vulnerabilità e l’incertezza senza fuggire.
Nel mio cammino di ricerca ho imparato che la cura non è mai un atto isolato, o una capacità individuale, ma una qualità che nasce dalle relazioni.
Secondo l’approccio ecosistemico, possiamo pensarla come un’atmosfera viva, un tessuto invisibile che si genera nell’interazione tra le persone. Abita nei gesti dei medici e dei volontari, negli sguardi dei genitori, nella resilienza dei bambini, ma anche nella materialità degli spazi che abitiamo, gli arredi, la luce, la musica… ogni dettaglio di un sistema complesso crea l’esperienza della cura.
Per questo amo parlare di “relianza“, un bellissimo neologismo che ci ha lasciato il filosofo e sociologo Edgar Morin, che unisce i termini francesi relier (collegare) e e alliance (fare alleanza).
Fare comunità curante significa proprio questo: superare la frammentazione dei ruoli per realizzare un’alleanza profonda tra famiglie, operatori e territorio. Insieme non cerchiamo risposte preconfezionate, perché non esistono. Cerchiamo, per prove ed errori, il modo giusto di esserci – qui ed ora – con tutta la nostra umanità.
Questo va coltivato.
Oggi la sofferenza e la morte vengono nascoste, silenziate nei media e nei discorsi, rifiutate a priori. Educarsi reciprocamente alla cura, invece, richiede una capacità di ascolto profondo, di dialogo, con se stessi innanzitutto, coltivando l’autoconsapevolezza emotiva e la bellezza anche dentro al dolore, riconoscendolo come parte integrante del vivere.
Il mio invito è quello di continuare a camminare insieme, creando spazi riflessivi e di inter-formazione alla cura, perché la cura si impara solo facendola, uniti.