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10.03.2015  |  Giuseppe Ceretti

“E tu chi sei?” Una figlia racconta la mamma malata d’Alzheimer

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Di colpo lei si ferma e mi dice: “Sto per morire”… mi piace pensare che nel suo non sapere più chi è e dov’è, ci sia spazio per tutti quei pensieri, quelle paure e quelle domande che accompagnano l’esistenza di ogni essere umano.

Sono all’ultima pagina di una testimonianza coraggiosa e mi tornano alla mente queste righe del racconto in forma di diario che ho appena terminato di leggere. L’ha scritto una donna coraggiosa, Laura Baldassini, e s’intitola “Mi porti a casa?.

Perché coraggiosa? Perché ci vuole coraggio a narrare di una malattia qual è l’Alzheimer, riflessa in tua madre che vedi allontanarsi giorno dopo giorno.La crudeltà è nella resistenza di quell’edificio fisico che inganna. È vero, la mamma si fa di giorno in giorno più minuta, è uno scricciolo, ma il morbo che la divora è ben oltre, ha scavato entro le incerte mura del nostro corpo, ha toccato inesorabilmente ciò che di più prezioso appartiene a un essere umano, il suo cervello, alterandone pensieri, sensazioni, emozioni.

Ecco perché quelle tre parole “Sto per morire” mi restano impresse, perché rappresentano una sorta di testamento. Mi piace immaginare siano state pronunciate con un tono e secondo modalità che appartenevano a quella mamma quand’era una donna intelligente, vigorosa, attiva, capace di tirar su tre figlie da sola dopo la morte precoce del marito, dar loro un avvenire.
Perciò Laura si augura che nel percorso di quel maledetto morbo ci sia stato un istante di tregua che ha lasciato spazio a un residuo di vita vera, come un lampo di luce nel buio, come se la mamma potesse ripetere con le folgoranti parole della poesia di Alda Merini: “Ti aspetto e ogni giorno mi spengo poco per volta e ho dimenticato il tuo volto”.

Intatta la speranza, resta il racconto di questo itinerario nel buio, negli abissi di una malattia crudele, non troviamo altro aggettivo, perché quasi si compiace di farti assistere giorno dopo giorno allo “sgretolarsi della persona alla quale si vuole bene”.

Laura è donna forte, da quasi trent’anni lavora con la disabilità, è donna di fede militante entro la chiesa valdese. Eppure ha il coraggio di confessare le proprie angosce, i dubbi che mettono in discussione certezze d’una vita: “Perché succede tutto questo”? Chiede aiuto ed è così che la sua testimonianza si arricchisce dei contributi dell’amica Gabriella Bottini e della pastora Dorothee Mack.

Il diario di Laura, che ha condiviso gli anni d’assistenza alla madre con le due sorelle, ci racconta dell’inesorabile caduta entro modalità di comportamento che ben conosce chi ha avuto esperienza: i primi segnali subdoli, la ripetizione di frasi alle quali non dai peso, poi le crisi, le allucinazioni, la frase pronunciata dalla mamma che ti mette kappaò: “E tu chi sei?”. I colloqui surreali al telefono che le fanno scrivere: “E’ strano e triste sapere che ci sei, che sei lì, che mi rispondi, che ti vengo a trovare e allo stesso tempo non averti più. E’ crudele doverti perdere un pezzetto alla volta”.

Si va avanti, giorno dopo giorno, mentre la mamma che è stata per una vita il tuo punto di riferimento, ti chiede chi siano mai “quelle due signore riflesse nello specchio dell’’anticamera”. Si sorride, talvolta, mentre talora prevale la voglia che tutto finisca (“sono stanca, stanca di dovermi occupare di te”) o la rabbia che esplode quando ti chiede: “Chi sei, bella sconosciuta?”. Così, d’impulso, ti viene da pensare che in tutta questa faccenda ci sia un grande assente, Dio.

Lasciamo a chi vuol leggere questa accorata testimonianza le note bibliche che accompagnano i grandi quesiti di Laura Baldassini. Noi, più laicamente, ma con grande ammirazione nei suoi confronti, riportiamo quanto l’autrice scrive in chiusura:

Attraverso questa malattia io sono cresciuta, ho imparato ad affrontare cose che fino a qualche anno fa non entravano neppure nel mio campo visivo, ad accettare che non esisto più per mia madre, a riprendere la mia identità strappata e rimetterla insieme più forte di prima perché esisto grazie a lei e lei ora ha bisogno di me per vivere in modo dignitoso, accudita e amata nella sua fragilità.

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